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«Non esiste»: la sentenza che annega tutti i plurali

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 12 aprile 1990


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di GIULIO NASCIMBENI
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Da qualche tempo le mie giornate si chiudono con un grido che esce dal televisore.
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È notte, le dita annaspano sul telecomando perché molto spesso i vecchi film sono troppo vecchi, e allora è inevitabile imbattersi nella passerella dei venditori.
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Ci sono novità in questo settore: oltre ai soliti mobili e ai soliti «arredamenti completi» (formula magica che dilata gli sconti fino alle soglie dei regali), ho sentito esibire di recente stimolatori elettronici antidolorifici, vibratori che trasformano i fianchi di una signora opulenta in quelli di una top-model, prodotti che svegliano da un sonno pressoché mortale i bulbi piliferi.
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Ma il grido è un’altra cosa.
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Esso è composto di due parole e arriva improvviso, sferzante, perentorio, dopo una domanda.
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Facciamo l’esempio.
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Il venditore televisivo sta illustrando i prezzi che propone.
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Poi si ferma come assalito da un dubbio, e riprende: «Ci sono in giro prezzi più convenienti di questi?».
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La risposta sta, appunto, nel grido.
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Appellandosi a tutte le risorse della sua voce, il venditore prorompe in un triplice: «Non esiste! Non esiste! Non esiste!».
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Anzi, per la precisione, l’ultima delle tre battute va scritta come in una scansione di sillabe: «Non e-si-ste!».
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Anche a costo di una sgradevole cacofonia o di un apparente gioco di parole, devo confessare che, dopo il «Non e-si-ste!», non resisto.
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Insomma, spengo finalmente il televisore.
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Non ce l’ho sia chiaro con quel venditore che fa il suo mestiere.
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Ce l’ho con questa frase che, come avvertono molti sintomi, si sta insinuando un po’ dappertutto.
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Il fenomeno era già stato segnalato da Sebastiano Vassalli nel suo «Il neoitaliano Le parole degli anni Ottanta» (ed. Zanichelli 1989): la minaccia è diventata moda.
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Prendete una discussione fra tifosi: «L’Italia vincerà i mondiale? Non esiste. Gli stadi saranno pronti per la data stabilita? Non esiste. Schillaci sarà il nuovo Paolo Rossi? Non esiste».
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Prendete altri argomenti: «Bella la canzone che ha vinto a San Remo? Non esiste. Pungente la satira di Biberon? Non esiste. Risolti i problemi degli immigrati di colore? Non esiste».
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Come si sarà notato, la formula è assolutamente immutabile.
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Intendo dire che, se nella domanda c’è un plurale, la risposta rimane al singolare: «Prezzi bloccati? Manette agli evasori? Arbitri professionisti? Non esiste».
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D’altronde, il «non esiste» vuole essere una specie di sentenza inappellabile che respinge qualsiasi continuazione del discorso, un punto fermo davanti alla presunta mancanza di logica della domanda.
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Ora non staremo più di tanto a compiangere la triste sorte di un verbo fondamentale come «esistere», il cui omonimo latino «esistere» significa mostrarsi, apparire, nascere, sorgere, cadremo nelle alte distinzioni filosofiche dell’essere e dell’esistere.
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Per carità.
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Il nostro modesto compito si limita al fatto di costume: «non esiste» è un rifiuto di discussione, un pugno sul tavolo, un troncamento (o, se vi piacciono le parole importanti, un atteggiamento apodittico).
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In perfetta coerenza, del resto, con le tentazioni d’arroganza che ci sono in giro.
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Può darsi che molti pronuncino il «non esiste» per innocente tendenza alla ripetitività.
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Ma guardatene altri nel momento in cui lo dicono: più che sicurezza, ostentano sicumera.
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Non sono nemmeno sfiorati dal dubbio che sarebbe possibile ricorrere ad altri, più morbidi modi: non sono d’accordo, non lo credo, vedremo
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Per il recente sciopero dei capistazione, è tornato nei titoli dei giornali l’aggettivo «selvaggio» in una nuova combinazione: «paletta selvaggia».
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Conseguenze dello sciopero a parte, il fatto ha allarmato il signor Giorgio Caprara di Milano: «Sembrava finita scrive con l’uso di questo aggettivo, ed era un bene per la lingua, per i giornalisti, per i lettori, per tutti. Un po’ di fantasia non gusterebbe: trovate, vi prego, qualche altra definizione».
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Effettivamente, è impossibile tentare l’elenco di tutte le apparizioni di «selvaggio» dagli anni Sessanta ai giorni nostri.
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Lo Zingarelli registrò, fin dal 1970, «gatto selvaggio» (la sospensione del lavoro alternativamente in uno o in altro settore della catena di montaggio).
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Così, senza troppe ricerche, rammentiamo «aquila selvaggia», «timone selvaggio», «traghetto selvaggio», «locomotiva selvaggia», «violino selvaggio», fino a un quasi incredibile «tutù selvaggio», coniato per le agitazioni di un corpo di ballo.
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Ho l’impressione, caro lettore Caprara, che l’aggettivo da lei detestato abbia intatte possibilità di sopravvivenza: è indiscutibilmente efficace, e non saprei suggerire come sostituirlo.
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Forse (ma lo dico per puro scrupolo linguistico) si potebbe ricordare che «selvaggio» significa anche «ignaro, inesperto».
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Ce lo insegna nientemeno che Dante: «la turba che rimase , selvaggia / parea del loco...».
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/Purgatorio, canto II, versi 52-53).

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