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di GIULIO NASCIMBENI
Mi assicurano che qualcuno ha già i biglietti da visita con tanto di «polemista» sotto il nome e il cognome: come se si qualificasse alla pari di un architetto, un ingegnere, un odontoiatra. In origine c’è. di solito, un giornalista o un critico o un poligrafico, cioè uno che interviene su argomenti disparati con grande versatilità, ironicamente detto anche «tuttologo». Ma in tempi che sempre più richiedono una specializzazione, il nostro personaggio ha fatto una scelta precisa: è un polemista e si presenta come tale.
La parola compare nel 1S62. quando venne pubblicato quel bizzarro e caustico libro che s’intitola I moribondi di palazzo Carignano di Ferdinando Petruccelli della Gattina, il patriota lucano che, eletto deputato nel primo Parlamento italiano, scriveva maliziose corrispondenze da Torino per il quotidiano parigino «La Presse». I francesi usavano già polémique, polémiste e polémiser, ma la vera radice etimologica si trova nel greco antico polemikos. aggettivo derivato da polemos che vuole dire «combattimento, guerra».
Nel tredicesimo volume del Grande Dizionario Battaglia (ed. Utet) si possono trovare diverse citazioni sull’uso di «polemista», tratte da opere di Carducci, Gobetti, Gramsci, Gadda e Silone.
Il Pascoli se ne servì per ricordare la fine di Felice Cavallotti, ucciso in duello nel 1898: «Era morto Cavallotti, il poeta polemista, a due passi da Roma, di morte purpurea». Vale la pena di fermare per un momento l’attenzione su questa immagine della «morte purpurea», rammentando che, in passato, «purpureo» significava anche «intriso di sangue». Ammettiamolo: è proprio un delicato eufemismo.
«Polemista» viene anche considerato sinonimo di «ipercritico», di «incontentabile». In un libro, Corse al trotto vecchie e nuove, giustamente ritenuto uno dei più alti esempi della prosa d’arte. Emilio Cecchi ha usato «polemista» proprio in questo senso negativo. Ecco il brano: «Viaggiatori, antichi e nuovi, all’ingrosso son da distinguere in entusiasti e polemisti. Questi girano il mondo per non trovare una sola cosa buona: i letti sono duri, brutte le donne e il vino sa d’aceto».
Penso che la definizione di Cecchi si possa estendere a molti degli attuali polemisti «in servizio permanente effettivo». Siamo convintissimi di non vivere «nel migliore dei mondi possibili», ma ci sembra che sia frustrante dover cominciare la giornata cercando un bersaglio quotidiano, il pretesto d’una rissa, un motivo qualsiasi per alzare la voce. Se, come dice una canzone di Renzo Arbore, «la vita è tutta un quiz», non sempre è il caso di parafrasare sostenendo che «è tutta un ring». Che tristezza dover bere solo il vino che sa d’aceto, e trasformare tutto questo in professione.
La lingua offre al nostro tema parole d’impiego più rare: il verbo «polemicare», i sostantivi «polemicheria» e «polemicità», l’aggettivo «polemistico». A proposito di «polemicare», cioè di prediligere la polemica come mezzo di discussione, c’è un illuminante esempio negli Scritti e discorsi politici di Benedetto Croce. Il filosofo racconta una confidenza che gli fece Badoglio, al tempo del governo del Sud: gli Alleati non gradivano il conte Sforza perché «nel suo troppo polemicare e invettivare, ha chiamato Churchill “testa di passerotto”».
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