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Frugale come una cicala

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 8 maggio 1994


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di GIULIO NASCIMBENI

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Secondo gli antichi (se ne trova un’eco nelle Bucoliche di Virgilio), la cicala si nutriva bevendo gocce di rugiada. In una poesia di Gabriello Chiabrera (1552-1638), sincontrano questi versi: «...e da lasciutto cor larsa cicada / sotto larso seren sparso di polve, / con rochi stridi ognor chiede rugiada». In una favola friulana, il protagonista riesce a imprigionare la morte su un albero, costringendola a rassegnarsi a vivere di rugiada.

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Perché questi esempi di suprema frugalità, legati allinsetto che più di ogni altro è sinonimo di dissipazione? «Vivere di rugiada» costituisce sicuramente un primato, ed è rimasto un modo di dire della lingua parlata come «mangiare quanto un grillo» o «campare di vento». Si tratta di metafore che il consumismo ha relegato tra le anticaglie.

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Arriviamo al «dunque» di questa rubrica. Un mensile che si pubblica a Roma, Il Migliore, diretto da Sergio Claudio Perroni, ha avuto la benemerita idea di lanciare una campagna per salvare qualche centinaio di parole «poco usate o ridotte in arbitrarie riserve gergali, che rischiano di diventare arcaiche e quindi di svanire». La rivista ha scelto una specie di panda della nostra lingua perché faccia da simbolo ai vocaboli in estinzione: laggettivo «frugale» che, secondo Il Migliore, entro il 1998 non esisterà più se nessuno si fa carico di usarlo.

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Ecco spiegato il motivo della cicala e del «vivere di rugiada». Si tratta di aderire a una iniziativa, aggiungendo qualche notizia su «frugale». La parola nasce nella prima metà del Trecento, in un testo di Giovanni Cassiano che parla di «virtù frugali». Lorigine è latina: dallaggettivo frugalis, «semplice, modesto, sobrio, temperato», derivato da frux, frugis, «frutto, raccolto, messe». Secondo il Dizionario etimologico di Cortellazzo-Zolli (ed. Zanichelli), probabilmente frugalis era colui che viveva dei frutti della terra.

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Non occorre molta immaginazione per comprendere il destino di «frugale». Esso appartiene al repertorio della moderazione, e perciò ha scarsi diritti di cittadinanza nel linguaggio attuale. Se uno mangia poco, si preferisce pensare e dire che segue una dieta, e non che sispira a norme di temperanza. La frugalità - non dimentichiamolo - è anche un comportamento che si estende dal regno della tavola a quello delletica.

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Nella lista pubblicata da Il Migliore si trovano altre parole in via di estinzione: sostantivi (crepitio, scorcio, solerzia, nitore...), aggettivi (schietto, sagace, affabile, mite...), verbi (stipare, incutere, gualcire, varcare...). Ognuno di noi può mentalmente aggiungere qualche suo «panda» personale. Ad esempio, ho notato che quasi nessuno dice «più sinceramente», al quale si preferisce luso massiccio di «francamente».

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Anche le parole salgono sullarca. Non cè il diluvio, ma incombe qualcosa di simile. Del resto, come fa a sopravvivere laggettivo «mite» in un mondo urlato e iroso che scambia la mitezza per stupidità? E quali speranze restano per «affabile», che etimologicamente significa «persona a cui si può parlare», considerando che la cortesia non è più di moda? Hanno ragione quelli de Il Migliore che si affidano allo slogan: «Con le parole muoiono le idee». Già Roland Barthes aveva dato lallarme: «Ogni rifiuto del linguaggio è una morte».


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