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E un giorno Montale ci ricordò: «Aggiornate il mio “coccodrillo”»

Language columnIn altre parole
AuthorGiulio Nascimbeni
Date 8 febbraio 1990


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di GIULIO NASCIMBENI

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Gravi lutti hanno colpito in questi mesi il mondo della letteratura, dell’arte e dello spettacolo. Sere fa, parlando con alcuni amici, mi è stato chiesto se, per ognuno di quegli illustri scomparsi, fosse già pronto il «coccodrillo». Nessuno di questi miei amici lavora nei giornali, ma la loro domanda dimostrava chiaramente che una tipica espressione del gergo giornalistico può essere ormai considerata patrimonio comune.

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Del resto, alla voce «coccodrillo», i dizionari riportano cinque significati: il feroce rettile africano, la pelle conciata dello stesso rettile, il carrello adibito al trasporto dei carri ferroviari in strada, il morsetto a pinza per collegamenti elettrici provvisori e, cito dal Garzanti, «la biografia commemorativa di un personaggio ancora vivente, preparata in anticipo affinché si possa pubblicare tempestivamente in caso di morte del personaggio».

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Non ha alcuna importanza dire se i «coccodrilli», cui alludevano i miei amici, fossero o meno pronti. In questa rubrica, il discorso da fare è un altro. Nello scrivere un «coccodrillo» mentre il protagonista dell'articolo non è ancora morto (con i verbi già al passato, con il dovuto tono celebrativo...), si per scontata la nota credenza delle «lacrime di coccodrillo», intese come tardivo pentimento o falsa commozione.

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Non è certo, intanto, che chi scrive un «coccodrillo» lo faccia all’insegna dell’indifferenza. Lo affermo anche per esperienza personale: le necessità di un giornale impongono questi addii prefabbricati, ma spesso, quando si parla di un amico o di un autore molto amato, il velo del dolore è autentico e le parole si dispongono a fatica sulla carta come in una preghiera che stenti a formarsi e a essere pronunciata.

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Detto questo, rimane una domanda: da quando l’idea del «coccodrillo» è abbinata a quella del pianto? Ho trovato la spiegazione in un libro uscito da poco, «Usi e difese della lingua» di Bernard Delmay (editore Leo S. Olschki, Firenze), che si occupa di molte espressioni italiane in uso, di cui però s’ignora l’origine: tanto per citare, espressioni come «colpo di spugna», «cane quarantotto», «scheletro nell’armadio» e, appunto, «lacrime di coccodrillo».

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Il primo ad usare questa espressione fu Benedetto Varchi (1503-65), storico, letterato e filologo, grande difensore, com’è noto, della fiorentinità della nostra lingua. Ma il Varchi, nel renderla in italiano, riandava probabilmente a «una leggenda degli antichi bestiari moralizzati che Fozio, teologo bizantino scismatico del IX secolo, attesta nel suo Myrobiblion. Secondo tale credenza (che non trova alcun riscontro nei naturalisti, classici), il coccodrillo antropofago versa grosse lacrime dopo il miserando pasto».

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Anche Leonardo da Vinci prestò fede alla leggenda. Inoltre, nel «Libellus de natura anhnalium», un’opera in latino databile fra il 1200 e il 1300, si afferma che il coccodrillo «se gli capita di divorare e inghiottire un uomo, immediatamente si rattrista ed è triste per tutto il resto della sua vita». Al Varchi resta, comunque, la primogenitura della metafora italiana. Quanto a noi, sappiamo che il coccodrillo non piange, ma semmai ha difficoltà di digestione. Ci comportiamo, insomma, come il cane della favola di Fedro: dei coccodrilli non ci fidiamo. Quel cane beveva correndo l’acqua del Nilo e un coccodrillo gli disse: «Bevi con calma, non correre, non aver paura». Al che il cane rispose: «Lo farei volentieri, se non sapessi che hai tanta voglia di mangiarmi».

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Intorno ai «coccodrilli» giornalistici c’è una curiosità che molti vorrebbero veder appagata: i destinatari conoscono i loro anticipati necrologi? Posso rispondere con un episodio. Quando lavorava nella redazione del «Corriere», Eugenio Montale andò un giorno in archivio a cercare un vecchio ritaglio. Improvvisamente, lo prese il desiderio di leggere il «coccodrillo» che gli era stato sicuramente dedicato, data l’età ormai avanzata. Lo trovò, infatti, e se ne fece rilasciare una copia. Tra l’altro, scoprì (così affermava l’estensore, un anziano collega di nome Tatilerio Zulberti) che il grande poeta russo Majukovskij aveva letto i suoi versi e li aveva commentati con queste parole: «Ecco un poeta che mi piace. Vorrei poterlo leggere in italiano». Montale non conosceva quell’episodio e ne dedusse che «il poeta ignora e spesso ignorerà sempre il suo vero destinatario».

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Passò qualche anno. Venne il 23 ottobre 1975. Alle tredici di quel giorno, l’ambasciatore di Svezia a Roma annunciò a Montale che gli era stato assegnalo il premio Nobel per la letteratura. Ero nella casa milanese del poeta, dovevo scrivere un articolo su quel glorioso momento. Furono minuti memorabili, con Montale che cercava di vincere l’emozione con qualche battuta: «Immagino che dovrei dire cose solenni, ma mi viene un dubbio: Nella vita trionfano, di solito, gli imbecilli. Lo sono anch’io?».

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Mi accompagnò alla porta col suo passo malfermo. A bassa voce mi raccomandò: «Adesso che ho vinto il Nobel, ricordatevi di aggiornare il coccodrillo».


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