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di GIULIO NASCIMBENI
Dopo l’articolo di Ernesto Galli della Loggia («Corriere» del 24 ottobre) sui pericoli che minacciano la lingua italiana con la conseguente «perdita di senso della nazione», si sono avuti, sul «Corriere» e su altri giornali, interventi di vario segno, da Zincone ad Arbasino. a Pirani. a Vertone. a Severgnini. Qui non s’intende riprendere la questione, ma segnalate come siano finiti quasi tutti i ricorrenti tentativi di contrastare le parole straniere con neologismi, diciamo così, autarchici
Da dove cominciare? Restiamo al «Corriere» e precisamente al 1901. In terza pagina, il poeta Francesco Pastonchi tuona contro l’orribile francesismo reclame e propone di sostituirlo con «grida» (non il plurale di «grido», ma la manzoniana «grida» dei governatori spagnoli). Interviene un altro poeta. Enrico Panzacchi. e lancia come alternativa «richiama» (proprio così con la «a» finale, ipotetico femminile di «richiamo»). Anche un lettore si fa vivo con l’inedito «clanianza», variante di «clamore». Alla fine, come tutti sappiamo. réclame fu sconfitta da «pubblicità», parola usata per la prima volta non da un filologo o da un poeta, ma da un giurista di nome Eugenio Barsanti.
Il problema, ovviamente non limitato a réclame, si ripresentò ai tempi del fascismo. L’Accademia d’Italia affidò a una commissione l’incarico di determinare quali parole straniere potessero ritenersi acquisite alla nostra lingua e quali, invece, fossero da sostituire. Come giudicare i risultati? Facciamo qualche esempio, che si commenterà da sé.
Clierry brandy, ratafià di ciliegie; pick-up, fonogeno; cocktail, coda di gallo o arlecchino; cocktail-party, trattenimento di code di fallo o di arlecchini; boxare, pugnare; uppercut, uppercutto; ouverture, overtura; suite, seguìta: bar, barra; bridge, brigge o briggio...L’elenco sarebbe molto più lungo, ma non va dimenticalo il «puttanambolo», proposto da un lettore del «Tevere», un quotidiano romano di quell’epoca, per bollare a fuoco il lascivo tabarin.
Fu, come si capirà, una battaglia inutile e un po’ ridicola. Si ottenne qualche risultato con un decreto legge del 23 dicembre 1940 che vietava l’impiego di parole straniere nelle insegne stradali, prevedendo per i trasgressori l’arresto fino a sei mesi. C’era la guerra, ma si pensava a queste cose. Mi domando se qualcuno si sarà ricordato di abrogare quell’ordine. Con le nostre vie piene di scritte luminose con jeans e hi-fi, t-shirt e scooter, c’è il pericolo di un’ondata di denunce per motivi linguistici...
Non è andata bene nemmeno con alcune recenti proposte di cui ho dato notizia in questa rubrica il 18 giugno 1992: abbuio per blackout, fubbia (fumo + nebbia) per smog, guardabimbi per baby-sitter, vendistica per marketing, vendissimo per best-seller, velopattino per windsurf, intrèdima per week-end. Con tutta la buona volontà di cui dispongo, non dirò mai che Il nome della rosa di Eco è stato un «vendissimo» o che su Milano incombe la «fubbia».
Vacciniamoci pure contro l’epidemia di morbus anglicus, ma attenzione anche agli eccessi di difesa come quelli che ho citato. Attenzione, insomma, a non trasformare il morbus anglicus in un morbus italicus, con la speranza che. dati i tempi, queste espressioni latine non siano considerate appartenenti a una lingua straniera.
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