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di GIULIO NASCIMBENI
Un lettore, il dottor Adriano Agostini di Milano, scrive: «Da quando sono iniziate le qualificazioni per i Mondiali di calcio 1998, i nostri giornalisti — sia quelli dei quotidiani che quelli delle emittenti radiofoniche e televisive — hanno inspiegabilmente chiamato “Moldova” la repubblica della Moldavia, ex sovietica». Lo stesso lettore aveva già segnalato il fatto con un intervento nella «Stanza di Montanelli» il 15 ottobre scorso.
Dunque, il dilemma rimane: Moldavia o Moldova? In casi del genere, è bene ricorrere a quel libro prezioso che è il Calendario Atlante De Agostini, il quale riporta dei nomi di ogni Stato la doppia versione, quella italiana e quella originale. Nell’edizione 1997, a pagine 212, si legge: «Moldavia (Repubblica Moldova)». Per chiarire ciò che intendiamo spiegare, e considerando che l’Italia ha giocato questa settimana anche contro i polacchi, a pagine 222 si legge: «Polonia (Polska Rzeczpospolita)». Aggiungiamo che, nelle cartine della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), sta scritto: Moldavia. La domanda è inevitabile: perché si è parlato di Italia-Moldova e non di Italia-Polska, come non si è mai detto né scritto Italia-England, Italia-Deutschland, Italia-Norge? I misteri dell'uso sono infiniti, e stavolta non c’è nemmeno da prendersela con i soliti anglismi dell’italiese.
L’occasione è propizia per ricordare che la Moldavia ha dato origine a parole della nostra lingua a partire dal Cinquecento con l’aggettivo «moldàvico». Il botanico Castor Durante (1529-1590), nel suo «Herbario novo», parla della «melissa moldàvica». E Ottaviano Targioni Tozzetti (17551826), nelle «Istituzioni botaniche», scrive che «la melissa moldàvica coltivasi nei giardini e adoprasi per le infusioni theiformi». Più di «moldàvico», comunque, ha avuto fortuna l’aggettivo «moldavo». Il Grande Dizionario Battaglia cita l’esempio del «ricamo moldavo» e lo definisce «ricamo rustico a punto passato piatto, che si esegue su tela grossa con cotoni “perlés” colorati». In un capitolo di «Kaput», Curzio Malaparte scrive che «l’eunuco Grigori dondolava la frusta sul dorso dei bei cavalli moldavi dal mantello bianco». E, infine, esiste un minerale chiamato «moldavite».
Non so se la moda corrente si estenderà fino a sostituire le vecchie parole. La lingua non è immobile, «non può trattar da barbara e illecita una nuova idea», come sosteneva Leopardi. Ma finché l’italiano offre una più che accettabile soluzione come nel caso di Moldavia e dei suoi derivati, non si vede perché si debba cambiare.
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