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di GIULIO NASCIMBENI
Dalle cronache del processo Cusani emerge, e spesso la fa da protagonista, la parola dazione. Il personaggio che l’ha usata di più è stato l’ex segretario amministrativo della De Severino Citaristi, primatista degli avvisi di garanzia, con la dazione (o le dazioni) di Gardini, di Sartia e di quanti altri volessero ottenere la benevolenza degli alti gradi democristiani. Ma le dazioni hanno avuto anche altri mittenti e altri destinatari come il processo sta dimostrando.
Ho notato che alcuni giornalisti (per esempio, Natalia Aspesi di «Repubblica» e Paolo Guzzanti della «Stampa») scrivono dazione tra virgolette. E si sa che le virgolette possono contrassegnare un termine o un’espressione insoliti, oppure l’accezione particolare in cui essi vengono adoperati, o anche segnalare una specie di presa di distanza da parte di chi scrive.
Credo che, per la Aspesi e per Guzzanti, valgano sia il senso del termine insolito sia quello della presa di distanza da un vocabolo sostanzialmente più immorale di tante parolacce.
Diciamo subito che dazione non è un neologismo, ma semmai una parola considerata linguisticamente in disuso (in politica, invece, è attualissima).
Nel quarto volume del Grande Dizionario Battaglia della Utet, se ne segnala la presenza nella Cronica di Giovanni Villani (12801348), con il significato di «atto del dare, consegna, cessione, offerta». L'etimologia porta al latino datio, dationis.
Nel Cinquecento è spuntata l’espressione dazione dell’anello, cioè l’atto con cui gli sposi si scambiano la fede nuziale. Nel linguaggio del diritto dazione in pagamento o dazione in soluto significano la possibilità di accordo tra debitore, in forza del quale il debitore si libera del debito eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta.
Sembrerebbe (e, in effetti, è) una parola innocente. Chi può vedere ombre di sospetti nel momento più bello del matrimonio? O nella dazione riparatoria, e dunque onesta, del debitore verso il creditore?
Eppure, il malvagio significato di adesso, il truffaldino eufemismo con cui si maschera la corruzione, non è una novità. Nella Storia d’Italia dal 1789 al 1814, il piemontese Carlo Botta (1766-1837) parla del «contaminarsi le mani nella dazione e nell’ultimo ladroneccio dell’infelice patria loro». Basta sostituire «loro» con «nostra» e l’arcaico «ladroneccio» con «latrocinio», e la frase potrebbe essere stata scritta ieri.
Dazione come sinonimo di tangente, dunque. Dazione come stretta parente di «dazio».
E considerando che, come ho detto, si tratta di parola nata tra la fine del Duecento e i primi del Trecento, definiamo Citaristi, lo scomparso Balzamo e altri come loro con l’antica qualifica di dazino, anch’esso ingentilito sinonimo di «esattore delle tangenti».
C’era bisogno di questi ritorni dalle pieghe dei vecchi testi e dei vecchi dizionari? Soltanto la politica, quando vuole in qualche modo ammantare la verità per dissimularla, ricorre alla rianimazione di certe parole che dicono e non dicono. Oggi tocca a dazione, domani chissà. Da noi, è stato scritto, «la linea più breve, tra due punti, è sempre lo zig zag». E dazione, credetemi, entra a pieno diritto fra gli esempi massimi di questo italico parlare a zig zag.
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