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SE IL PROPRE DI BARBANA SI TRASFORMA IN UN BRAND

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 25 aprile 2017


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Sentenze: «Un scuola che seleziona distrugge la cultura», «la cultura vera, quella che ancora non ha posseduto nessun uomo è fatta di due cose: appartenere alla massa e possedere la parla».
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Raccomandazioni: «nello scrivere eliminare ogni parola che non usiamo parlando».
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Giudizi: «L'ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L'automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa».
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Parere su una parola letteraria: «L'ha inventata il Foscolo perché non voleva bene ai poveri. Non ha voluto far fatica per noi».
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Mi riesce difficile immaginare come queste esternazioni di don Milani siano considerate da molti perle di saggezza.
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Anche se riammesse nei loro contesti, queste frasi appaiono insensate.
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Quanto al portare la lotta di classe tra i banchi di scuola, opponendo con livore i poveri ai borghesi, i contadini ai signorini, lascio ai lettori formulare un giudizio spassionato.
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Il dissesto in cui versa attualmente la scuola italiana ha tante cause: la superficialità e il menefreghismo dimostrato dalla classe politica per i problemi dell'istruzione, le basse retribuzioni assegnate ai docenti, la sindacalizzazione di questo settore destinato a suscitare interesse soltanto nelle tornate elettorali.
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Ma anche il donmilanismo non è esente da colpe: gli affondi contro le regole della grammatica, la diffidenza nei riguardi dei testi letterari e della tradizione hanno generato l'idea malsana per la quale qualsiasi ricorso a un linguaggio curato e preciso è una colpa, una sorta d’indebito autoritarismo.
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L’ultima versione di tale atteggiamento sono le scempiaggini che si sentono e si leggono sulla «nazi-grammatica» o «grammar-nazi».
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È un’ideologia che ha i suoi costi.
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Quando figli e nipoti vanno male a scuola, la colpa è attribuita agli insegnanti.
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Talvolta scatta la reazione di mammine, papà e nonnetti facinorosi, convinti della genialità dei loro pargoli.
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Il prestigio degli insegnanti è sceso ai minimi storici, nonostante che la categoria annoveri molte persone serie, preparate e capaci.
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Prove scritte e orali sono sotto accusa.
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Eliminare controlli e compiti a casa, si proclama a gran voce.
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Non parliamo poi delle «prove Invalsi» (usate per valutare il livello degli allievi, n.d.r.).
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A proposito delle quali ecco un illustre parere: «Se chiedessero a don Milani un giudizio sulle prove Invalsi con ogni probabilità farebbe una pernacchia».
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Lo dichiara Eraldo Affinati («Venerdì» 14-4-2017, p. 108), che esalta la scrittura geniale del priore di Barbiana: una sua lettera ai giudici, che l’accusavano di aver difeso degli obiettori di coscienza è «uno dei grandi risultati della letteratura italiana del Novecento», «una scrittura azione perfino più originale di quella pasoliniana» (una gara tra giganti, dunque).
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Si passa poi all’effusione romantica: sono andato, a cercare don Milani «in giro per il mondo: nei villaggi africani, in certe bettole indiane, alla periferia di Pechino. Ne ho colto il riverbero negli occhi di un disertore russo...» ecc. ecc.
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Eppure per cogliere i veri problemi della nostra scuola, è sufficiente andare alla p.
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47 dello stesso rotocalco e leggere un articolo sul «record di alunni stranieri».
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Il che dovrebbe suggerire che in luogo degli sproloqui e delle narrazioni edificanti, occorrerebbero corsi di recupero adatti per questi nuovi italiani, si dovrebbe incentivare la lettura di testi di ogni genere e livello, combattere la piaga dell'analfabetismo di ritorno ecc. ecc.
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Nel frattempo il priore di Barbiana è diventato un brand.
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Ecco la dedica furbetta che Walter Siti ha apposto al suo romanzo «pedofilo»: «All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani».

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