Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
La lingua dei giornali si è rinnovata. Almeno nei titoli. In un volumetto, scritto a più mani e intitolato «Le parole di Repubblica», Mario Calabresi, direttore del quotidiano, ha scritto: «Anche i titoli sono cambiati in questi ultimi anni: sono finalmente tramontati quelli filmici o letterari, che facevano il verso a pellicole o romanzi famosi. Per anni siamo stati pieni di governi, ministri, allenatori, "sull'orlo di una crisi di nervi" abbiamo avuto un’”Arancia meccanica" quasi in ogni città e indagini su banchieri, politici, sindaci "al di sopra di ogni sospetto". Gabriel García Marquez è stato uno degli autori più amati ma anche dei più vandalizzati dai titolisti di politica ("Cronaca di una rottura annunciata"), come di sport ("Cronaca di una sconfitta annunciata"). Oggi i titoli sono più didascalici e descrittivi, vogliono andare al cuore del problema, abbondano i "come" e i "perché" e tra le parole più gettonate ci sono "motivo" e "ragione" Questo accade perché di fronte a una soglia di attenzione più bassa è necessario rendere subito esplicito, con chiarezza, di cosa si parla e di cosa si tratta». Benissimo. Salutiamo con gioia la fine dei titoli prefabbricati. «Io non reggo mezz’ora di frasi fatte» è la battuta, divenuta celebre, rivolta da Lucia Annunziata a Luigi Di Maio nel corso di un’intervista. Tuttavia, va detto che le frasi fatte, scomparse (o quasi) dai titoli, pullulano all’interno degli articoli.
A me sembra che negli ultimi tempi si sia intensificato l’uso di espressioni come: «la vicenda è sotto la lente dei giudici»; «il giro di vite» sulla movida, sul traffico di stupefacenti ecc.; «l'entrata a gamba tesa» del gruppo finanziario, del ministro ecc.; «la punta dell’iceberg» dello scandalo finanziario, del voto di scambio ecc.; «la maglia nera» dei costi della politica, della trasparenza ecc.; la giornata, la mattinata, il traffico, l’autostrada «da bollino nero»; «il nervo scoperto» del partito, del deputato ecc.; «l’assalto» (o la corsa) ai saldi, ai botteghini ecc.; «l’arrivo al capolinea» di questo e di quello, che, inevitabilmente, «è mandato a casa».
C’è poi chi «si sacrifica sull’altare della precarietà»; molti sono sempre pronti a «staccare la spina». Invece «Angela Merkel conosce la pancia del Paese» e, bontà sua, «riconosce che l’Italia ha fatto i compiti a casa»; dal canto suo, il Papa, «asfalta» alcuni cardinali e i giornali presentano un improbabile «premier in pectore»; sullo sfondo un'industria «si tinge di verde» e un calzaturificio proclama che «la scarpa è un'icona».
C'è di tutto: lo sport, la retorica, l’elettricità, la scuola, il gergo, l’ecologia, l’arte. Tutto viene riciclato, tutto serve a richiamare l’attenzione, a divulgare, a fugare la seriosità e a divertire. Nella lingua simili trasferimenti da un settore all'altro del lessico sono sempre avvenuti, ma ai giorni nostri avvengono in modo compulsivo, nevrotico. Servono a nascondere la povertà del vocabolario in circolazione. Manca l’impegno a trovare il termine giusto, atto a cogliere il nocciolo del problema; si conferma l'incapacità d'insegnare ai giovani la precisione. Si dice che l'italiano di oggi possiede un'ampia tastiera di registri, ma spesso si preme soltanto il tasto del divertimento.
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