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L'italiano a Bellinzona e il padre Dante

Language columnPlurilingua
AuthorLorenzo Tomasin
Date 19 novembre 2015


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Da oggi al 21 di questo mese di novembre, l'Osservatorio linguistico della Svizzera italiana (OLSI, diretto dal ticinese Bruno Moretti) chiama a raccolta gli studiosi elvetici che si occupano di italiano e quelli stranieri che, in giro per il mondo, studiano l’italiano di Svizzera.
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Il convegno, intitolato «Linguisti in contatto 2», si svolgerà a Bellinzona ; rinnoverà una bella iniziativa già sperimentata otto anni fa nella cantale del Cantone.
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Sarà un caso, ma l’evento si svolge nel settecento-cinquantesimo anniversario della lascità di Dante, che un’antico - e storicamente ben fondato - paradigma culturale considera il padre ella lingua italiana.
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Per porre dunque sotto auspici danteschi (ma in modo un po’ paradossale) una riunione di studiosi dell'italiano, ricorderemo che Dante il termine italiano non l'ha mai impiegato.
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Mai, in riferimento alle popolazioni d'Italia, che egli indicava nel loro complesso con il solenne e antico termine di latini; in riferimento alla lingua ch'egli designava di solito semplicemente come volgare, e che nel De vulgari eloquentia (il suo trattato di linguistica) classifica come lingua di (per distinguerla dal provenzale, lingua d’oc, e dal francese medievale, lingua d’oïl).
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In un caso, impiega anche l’insolito nome - ancora una volta allusivo alla nobiltà romana’ dell’Italia - di vulgare latium.
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Strano, ma vero: e tanto più strano se si pensa che la parola italiano ai tempi di Dante esisteva già (l'aveva usata anche il suo maetro, Brunetto Latini, peraltro scrivendo in francese).
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Dante, dunque, è padre di una lingua che egli stesso chiamava in modo diverso da come la indicano coloro (cioè noi) che gli hanno dato quel titolo e che associano ormai stabilmente il concetto di lingua italiana al naso adunco del poeta fiorentino.
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D’altra parte, le sue idee linguistiche - questo è certo - sarebbero oggi difficilmente applicabili a problemi e discussioni su una lingua che, nel tempo e nello spazio, da allora ha fatto una strada lunghissima.
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Non così lunga, certo, da rendere irriconoscibile il testo della Commedia ai suoi utenti contemporanei (si spera, almeno).
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Ma abbastanza da aver spostato - e più volte - l’asse attorno al quale vertono i problemi più urgenti per chi lo studia.
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Quando la Commedia non era ancora stata scritta, il nodo - dibattuto appunto dal Dante «linguista» nel suo trattato - era quello dell’elaborazione di una lingua letteraria comune ai poeti d’Italia.
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Laddove oggi l’italiano, lingua usata - e più spesso abusata - da decine di milioni di utenti capaci di leggere e, almeno teoricamente, di scrivere, viaggia attraverso email e SMS (l'Osservatorio linguistico di Bellinzona se ne è a lungo occupato nelle sue ricerche), fluttua nel linguaggio della pubblicità e in quello delle insegne commerciali (se ne interessano oggi a Zurigo), sbanda e si ricompone nella produzione non sempre ineccepibile di giornali e siti Internet (sotto la lente a Lugano).
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Si interroga, addirittura, sulla sua sopravvivenza nello scacchiere globale delle lingue e delle loro egemonie (così a Berna, naturalmente).
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E intanto si chiede come funzioni e a che cosa serva la sua lussureggiante punteggiatura (studiata a Basilea e a Losanna): una selva di punti, virgole e due punti che ai tempi di Dante, manco a dirlo, non esisteva nemmeno, e di cui oggi forse qualcuno, incapace di dominarla, si chiede con stizza chi diavolo abbia inventato (ma il colpevole, o il padre, questa volta, non è lui).

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