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Si osserva spesso che le due lingue federali maggiori - tedesco e francese - hanno influenzato e continuano a influenzare l'italiano del Ticino e del Grigioni, che abbonda di parole prese in prestito da quelle vicine. È un fenomeno naturale e di per sé poco preoccupante (la vicinanza favorisce naturalmente lo scambio e la nascita di termini comuni detti panelvetismi), che però rischia di far passare inosservato quello reciproco, cioè il contributo linguistico che dalle terre di lingua italiana è penetrato nello svizzero tedesco e nel francese della regione romanda. Tra gli italianismi svizzeri ce n'è almeno uno che merita di essere ricordato perché particolarmente rilevante e quasi emblematico: è la parola cantone, che nel significato oggi comune in territorio elvetico (e nel mondo, quando si parla della Svizzera) rappresenta molto probabilmente un termine importato, a quanto pare durante il XV secolo, dall'Italia settentrionale. È qui, tra Lombardia e Veneto, che già durante il Medioevo la parola cantone (o canton, cantun, nei dialetti locali) indicava una suddivisione territoriale. A quell'epoca, i cantoni dell'ancor giovane Svizzera non si chiamavano ancora così: nei documenti politici e amministrativi li si trova piuttosto indicati col termine latino partes (parti), ancora piuttosto generico e non specializzatosi per indicare le specifiche condizioni di autonomia e insieme di alleanza che univa tra loro le partizioni territoriali di quella che non si chiamava ancora una Confederazione.
A ricostruire la curiosa storia, o meglio la preistoria della parola cantone fu, nel secolo scorso, un filologo romanzo dell’Università di Losanna, nativo del canton Friburgo, Paul Aebischer (1897-1977). Esperto conoscitore dei documenti medievali italiani - della cui lingua fu uno dei più fini indagatori - e insieme della storia della Svizzera occidentale in cui era cresciuto, Aebischer osservò che la parola cantone iniziò ad essere impiegata a Friburgo (per la prima volta sul suolo svizzero) intorno alla metà del Quattrocento. Nella città libera il termine era probabilmente arrivato dall'Italia, cioè tramite gli intensi contatti che legavano i mercanti di là con quelli del corridoio padano che s'innestava sul Sempione o sul San Bernardo per arrivare a Milano e a Venezia, porta europea dei traffici con l'Oriente.
Gli autori e i documenti italiani dei secoli precedenti mostrano infatti che l'uso di questo termine con un significato territoriale e amministrativo era comune nella pianura padana già nel Duecento, quando per cantone si intendeva ora un angolo di terra, ora genericamente la ripartizione di un territorio più vasto. La parola latina canthum, da cui deriva appunto cantone, era a sua volta un termine entrato relativamente tardi nella lingua dei romani, provenendo dal greco kanthòs, che indica l'angolo dell'occhio (o quella che in italiano chiamiamo la coda dell'occhio). A consacrare l'uso letterario italiano del termine cantone in riferimento alle parizioni territoriali svizzere sarà, pochi decenni dopo la sua affermazione sul suolo elvetico, Niccolò Machiavelli, che in una Legazione del 1507 scrive: «Il corpo principale de' Svizzeri sono dodici comunanze collegate insieme, le quali chiamano cantoni, i nomi delle quali sono Filiborg Berna, Surich, Lucerna, Bala, Solor, Uri, Indrival, Tona, Glaris, Svizer, Saphusa». Ad informare il fiorentino era stato proprio «uno da Filiborgo, uomo discreto». Un friburghese, dunque, a conferma del probabile punto d'irradiazione di quel termine nella geografia svizzera.
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