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LA SALUTE DELLA LINGUA ITALIANA DIPENDE DAI PARLANTI

Language columnPlurilingua
AuthorLuca Serianni
Date 02 marzo 2015


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È difficile che un linguista esprima preoccupazione o allarme per gli anglicismi. Abituato alla fisiologica dialettica dare-avere tra le lingue, il fenomeno gli appare come del tutto naturale e proprio di ogni lingua viva.

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È certamente così quando il prestito è perfettamente integrato nella lingua ricevente, come avviene in un gran numero di casi. Niente di male se cancellare arricchisce il suo ventaglio semantico con l'accezione di «annullare» (cancellare un volo) o se il commento ironico «Bella domanda!», col quale reagiamo a un interrogativo al quale è difficile o non vogliamo rispondere su due piedi, ricalca l'inglese «A good question!».

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Ma il discorso è un po' diverso per gli anglicismi non adattati, cioè terminanti per consonante.

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In tal caso - scriveva il compianto linguista Arrigo Castellani nel 1987 - «gli anglicismi non assimilati sono altrettanti corpi estranei, o, se vogliamo dir così, altrettanti sassolini nelle scarpe. Anche coi sassolini si può continuare a camminare, ma se non ci fossero si camminerebbe meglio. E se si moltiplicano, prima o poi bisogna fermarsi».

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La denuncia fatta da Castellani non suscito all’epoca una grande eco. Ma recentemente l'afflusso degli anglicismi si è fatto particolarmente intenso. Da un lato, ha invaso sempre più le scienze, la tecnologia e l'economia; dall'altro e entrato largamente nel parlato quotidiano. Da una recente e amplissima indagine ancora in corso risulta, per esempio, che parole come okay, e-mail, box, marketing, manager, partner, tutte attestate da più o meno tempo in italiano, hanno risalito molte posizioni, risultando più frequenti nella lingua parlata di domattina, collina, panorama, gettare, tondo. Inevitabile chiedersi: non si sta superando il punto di guardia?

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Forse ancora no. Ma se il processo dovesse ulteriormente accentuarsi, ha senso pensare a contromisure? Nessuno può vietare per legge l'uso linguistico.

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Se chi ci taglia i capelli sceglie come insegna Barber shop, l'unica reazione possibile è cambiare barbiere (ma forse non ne vale la pena). Ma questo non significa che non sia doveroso rispettare se stessi, testimoniando, per riprendere le parole di un linguista certo non sospettabile di simpatie puristiche, Pier Marco Bertinetto, «l'amore per la propria lingua».

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Così, è del tutto comprensibile che alcuni corsi universitari si svolgano interamente in inglese; ma sarebbe deleterio se, varcata la soglia di un'aula o di un laboratorio, si sentisse solo parlare (più o meno bene) quella lingua e l'italiano rinunciasse del tutto a farsi veicolo della chimica industriale o della scienza delle finanze.

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Se ciò avvenisse, l'italiano diventerebbe nell'arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione familiare e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l'astrazione propria dei processi intellettuali.

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La salute della lingua dipende, lo sappiamo bene, non da interventi esterni ma dai singoli parlanti, ossia da ciascuno di noi. Compete però ad alcuni di essi, per la posizione che occupano (ministro, direttore di un giornale cartaceo o televisivo, intellettuale che sia spesso ospitato in trasmissioni di grande successo ecc.), la responsabilità di un uso consapevole della lingua, rispettoso sia della sua storia, sia del diritto di ciascuno a riconoscersi appieno nelle parole che ascolta o legge negli interventi di chi operi in un ambito pubblico.


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