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IL VALORE DEL MENO E IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA ECONOMICA

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 09 gennaio 2014


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C’è chi sostiene che l’economia e la linguistica siano le più dure fra le scienze molli o scienze morbide che dir si voglia. Altri, per tentare di riabilitare le «scienze molli» (l’aggettivo è spesso usato in senso peggiorativo, specialmente per le scienze sociali), parlano di «scienze complesse», benché sia davvero arduo sostenere che la matematica o la fisica siano «scienze semplici» grazie alle loro soluzioni bianche o nere. Va poi aggiunto che sia l’economia sia la linguistica hanno le loro versioni «dure», con gli econometristi e i generativisti orgogliosi dei loro calcoli, dei loro grafici e dei loro schemi, che però non riescono quasi mai ad ingabbiare quello strano e imprevedibile animale economico che è l’homo loquens.

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È infatti risaputo che le previsioni degli economisti sono perlopiù sbagliate mentre la linguistica prognostica si riduce spesso a una sorta di divertissement.

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Ci si provi quindi utilmente e umilmente a «guardare e attenersi a quel che si vede e a quel che succede», così come conclude II valore del meno.

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È questo l’intrigante titolo di un libro provocante e godibile di Fabrizio Fazioli (con un originale Intermezzo a colori di Bruno Soldini), recente- mente pubblicato presso Salvioni Edizioni a Bellinzona.

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Fazioli è un noto giornalista televisivo che sa raccontare l’economia come pochi e che per onestà di intenti e chiarezza di linguaggio andrebbe preso ad esempio.

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L'accattivante opacità del titolo è subito chiarita da un sottotitolo che la dice lunga sulle preoccupazioni dell'autore: Guida alla frattura sociale.

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Perché di questo si tratta e non c'è bisogno di chissà quali diagrammi o curve per capire che siamo in un periodo che promette poco di buono. A questo proposito basterà andare alla schiettezza e brevità di qualche titolo dei primi capitoli: Un errore madornale, Nella trappola della liquidità, La dissocietà.

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E fermiamoci pure a questo efficace neologismo (la dissocieté, presa in prestito da un libricino di Jacques Généreux, economista del «parti de gauche» francese), «che rende ben conto della deriva sociale che incombe al di sopra delle nostre teste, al di sopra delle nazioni e persino al di sopra delle leggi».

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Viviamo in un clima di «assoluta dissocialità, che non è altro che l'evaporazione delle solidità sociali che sembravano definitivamente acquisite. Abbiamo assistito impotenti a questo degrado della situazione imposto da un'economia monetaria e finanziaria onnipotente».

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Più chiaro di così! Eccolo il vero nemico additato senza mezzi termini, tanto più che la memoria dei disastri da lui appena causati si è già di molto affievolita, complice certo linguaggio falso dell'economia che finisce spesso sotto la lente dell'autore. Si vedano ad esempio le riflessioni sulla «vendita allo scoperto», il «patto sociale» e il «pieno impiego» ormai scomparsi dal vocabolario economico, le «riserve occulte» per nascondere il tonfo che quando arriva «travolge tutto e tutti, all'infuori beninteso di chi già sapeva e ha potuto mettersi in salvo», la «ristrutturazione del debito» per i debiti che non potranno essere onorati (lArgentina del 2001) ecc.

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Il valore del meno è un libro solido e di rara efficacia divulgativa, da cui si può certo dissentire ma di cui è innegabile l'onestà e la chiarezza. Giù il cappello a Fabrizio Fazioli quindi, che molto ha dato alla RSI e che molto ha da offrire con la sua scrittura limpida e incisiva.


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