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IN QUALI LINGUE SI INSEGNA NELLE UNIVERSITÀ EUROPEE

Language columnPlurilingua
AuthorCarla Marello
Date 31 ottobre 2014
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Pagep.34
Column-


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In Europa ci sono 25 milioni di persone che non hanno come lingua madre una lingua di un Paese dell’Unione europea (5 milioni di arabofoni, 3 milioni che parlano turco, 1 milione di parlanti cinese e 1 milione di parlanti russo).
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Eppure sembra che i governi dei Paesi dell'Unione e soprattutto i responsabili dell'internazionalizzazione nelle università europee intendano internazionalizzare unicamente facendo corsi in inglese.
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È la conclusione a cui si giunge dopo aver ascoltato la ventina di relatori che il 27 e 28 settembre 2014 a Firenze presso l'Accademia della Crusca hanno animato il dodicesimo convegno internazionale della Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali, acronimo EFNIL, a partire dall'inglese European Federation of National Institutions for Language.
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Fondata undici anni fa a Stoccolma, EFNIL comprende oggi 37 istituzioni dei 30 Paesi europei dall'Islanda alla Lettonia, dalla Norvegia a Cipro.
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I relatori che hanno affrontato il tema delle lingue nell'insegnamento universitario e nella ricerca scientifica hanno tracciato un quadro preoccupante per quanto concerne il mantenimento delle 23 lingue ufficiali dei 27 Paesi membri dell'UE nell'insegnamento universitario degli ultimi anni della formazione e del dottorato.
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Negli studi umanistici le lingue nazionali e lingue di cultura come francese e tedesco hanno ancora un po' di spazio, ma nella didattica e nella ricerca
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delle scienze cosiddette dure le pubblicazioni non in inglese sono diminuite in modo impressionante negli ultimi anni, come ha mostrato Ulrich Ammon dell'Università di Duisburg.
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Cecilia Robustelli parlando degli atenei italiani ha sottolineato come i corsi magistrali in inglese stiano più che raddoppiando sull'onda degli incentivi dati dal Ministero.
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Rita Librandi dell’Università di Napoli, ricordando come l'italiano e le altre lingue nazionali abbiano «rotto» la comunità di dotti che usava il latino, ha sottolineato come è improprio paragonare l'attuale egemonia dell'inglese all'egemonia del latino nelle università del Rinascimento e dei due secoli successivi.
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Il latino era la lingua dei dotti e non era la lingua madre di nessuno.
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Così non si può dire dell'inglese.
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François Grin, dell’Università di Ginevra, ha ricordato come il fatto che l’English as Lingua Franca sia diverso dall'English as a Foreign language non basta certo a compensare i maggiori sforzi che tutti i non anglofoni devono fare per imparare a capire e parlare una lingua diversa dalla loro lingua madre.
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Per diminuire questo sforzo in età adulta si punta all'insegnamento intensivo dell’inglese già nella scuola primaria e all’insegnamento di materie, soprattutto scientifiche, in inglese già a partire dalla scuola secondaria inferiore.
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Questo faciliterà l’apprendimento dell’inglese ma favorirà anche il domain loss, la perte de domaine, l’impossibilità di parlare e scrivere di un argomento nella propria lingua madre, perché da tempo nessuno lo fa più, non c’è la terminologia e ci si convince che la propria lingua non è adatta per parlare di argomenti scientifici.
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È quello che è successo ai dialetti italiani.
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Bisognerebbe invece mantenere una parte del discorso scientifico nella lingua nazionale, non foss'altro che per riuscire a comunicare con la società.
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I relatori del convegno fiorentino parlavano di fronte ad un cartellone che recitava «Your language is our heritage».
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Nobili parole, ma stiamo attenti ai falsi amici: heritage non è l'eredita lasciata da chi muore.
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È piuttosto il retaggio, la ricchezza delle molte lingue d'Europa che va vivificato, non mortificato.

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