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Come schizzare al primo posto in classifica

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 17 dicembre 2013


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Si può blindare il ministro, traghettare il governo, schizzare al primo posto della classifica, schiacciarsi sul presente? , si può, almeno secondo il linguaggio dei media che leggiamo, ascoltiamo e commentiamo ogni giorno. Sono incontri di parole, ognuna delle quali un tempo seguiva strade diverse e ora (o meglio negli ultimi anni) convivono, un po forzatamente, ma convivono.

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È un fatto che quando si tratta di neologismi ci riferiamo quasi sempre a semplici unità e quasi mai a insiemi di parole. Eppure gli insiemi di parole, le loro combinazioni costituiscono un fenomeno molto importante che andrebbe tenuto nella dovuta considerazione.

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I linguisti parlano a tale proposito di «collocazioni», un anglismo che alcuni vorrebbero sostituire, appunto, con «combinazioni». Ma l'anglismo è stato già battezzato nel recente Dizionario delle collocazioni. La combinazione delle parole in italiano di Paola Tiberi (Bologna, Zanichelli 2013). Questo volume fa un utile servizio alla nostra lingua, anche se si occupa per lo più di convivenze di vocaboli già affermatesi da tempo, trascurando i nuovi incontri (talvolta bizzarri, ma sempre interessanti). Il che è anche comprensibile perché le novità fanno venire l'acquolina in bocca ai linguisti, mentre l'autore di un dizionario rimane piuttosto indifferente.

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Nel bene e nel male, questi incontri rappresentano il dinamismo di una lingua.

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Mi spiego con un esempio. Nel «Corriere della sera» del 4 novembre ho letto la seguente frase: «Si è scatenata l’ira funesta di Anna Oxa che ha fatto schizzare il programma di Rai 1 condotto da Milly Carlucci al terzo posto dei trend topic di Twitter». La frase non potrebbe essere più dinamica: è chiara, colpisce l’immaginazione del lettore. Perbacco, un programma che schizza non si era mai visto sentito, con o senza Anna Oxa.

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Alla voce «schizzare», il dizionario ci ricorda che, oltre all’acqua e allo spumante, è la molla che schizza. E, con significati più o meno metaforici, anche un umano schizza fuori dal letto, fuori dall’auto, fuori di casa; se le circostanze lo impongono, schizza su (imbestialito, rosso di rabbia). Una vecchia conoscenza e il riflessivo schizzarsi: «Mi sono schizzato d'inchiostro», con l'olio, con il sugo, con il fango. Qualcuno schizza veleno, qualcun altro schizza odio dagli occhi, qualcun altro (per fortuna) schizza salute da tutti i pori.

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Il pittore schizza un ritratto, un paesaggio, cioè lo disegna a tratti rapidi, sommari.

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I giovani ignorano molte di queste espressioni metaforiche o, se le conoscono, le snobbano volentieri. Nel correggere elaborati scolastici gli insegnanti si accorgono facilmente che esistono modi di dire da giovani e modi dire da vecchi.

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Bella scoperta! mormorerà il lettore: la lingua si rinnova, è naturale che ci siano cose giovani e cose vecchie!

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Rispondo: ai giorni nostri si perde più di quello che si acquista. Si perde lusato sicuro e si acquistano stereotipi sempliciotti e scoloriti. Volete degli esempi? Eccoli. L’anziano dirà: «Schiaccio un pisolino»; il giovane: «Mi faccio una dormita»; l’anziano: «Non fare di tutta l’erba un fascio», il giovane: «Non mettere tutto nel frullatore»; l’anziano: «Ho avuto l'assenso di X.», il giovane: «Ho incassato il X»; l’anziano: «Non decidere d’istinto, senza riflettere», «Non sperperare i tuoi risparmi», il giovane: «Non ragionare con la pancia», «Non usare i risparmi come un bancomat».

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Insomma c’è un Paese da giovani e un Paese da vecchi.


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