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Non ci sono dubbi. Per la nostra lingua le elezioni politiche sono un esame, con il quale avviene un confronto con situazioni reali (talvolta anche irreali). Ecco alcune cose ripetute dai media: il boom di Grillo, lo tsunami Grillo (tratto dallo tsunami tour del padre del movimento), il grillo parlante, i grillini, il grillismo, il grilletto (facile gioco di parole), ingrillato, detto di Bersani. Il solito inciucio è presentato in mille salse; ci sono le solite prove di dialogo (i pontieri che fanno la spola tra Bersani e Grillo) e i soliti identikit delle future cariche. Le abusatissime formule fanno tristezza: governissimo, governo tecnico, del presidente, di scopo, a geometria variabile. Come sempre, c’è qualcuno che manda segnali, qualcuno che insorge ed è sul piede di guerra. Tutte cose viste e straviste. In parte nuovi sono forse il vigore e il riposizionamento, l'inattesa importanza del primo e l'inattesa esigenza del secondo sono riconosciuti da Giuseppe De Rita nel «Corriere della sera» del 4: Tutto si è mosso in queste settimane sulla forza ostentata nei gesti e nelle parole (dai leader al Papa).
Ma il giornalismo politico non è fatto soltanto di parole. È fatto anche (o soprattutto) di atteggiamenti. Come esempi prendiamo tre articoli di «Repubblica», apparsi negli ultimi giorni: i primi due sono divagazioni, il terzo è un contributo alla discussione. Primo articolo: Grillo è genovese? E allora ecco che Genova diventa «il laboratorio vincente, la polis che non è provincia, la patria bellissima delle personalità dilatate che acchiappano il mondo ma si ritrovano nel dialetto, la città che subentra a Milano». La quale è definita «una scintillante metropoli preannunciata da boari puzzolenti di letame vaccino, una citta internazionale che trasuda la ruralità padana egoista e razzista, il celodurismo che si rivela gelatina». È giornalismo serio questo? Direi proprio di no.
Nel secondo articolo scende in campo Freud: «Destra e sinistra sotto il peso di Edipo» Il padre (Bersani) non ha voluto lasciare il posto al figlio (Renzi). Questi ha sbandierato lo slogan della rottamazione e i vecchi hanno reagito con il controslogan dell' «usato sicuro». Conclusione: «la dialettica edipica può incancrenirsi in una rivendicazione sterile». E Berlusconi? Berlusconi è il padre-adolescente, un padre-ragazzo che parla, si esprime e si veste come fanno i suoi figli. E così via, sproloquiando ... Mi chiedo se simili esibizioni giovino a comprendere la situazione politica. Probabilmente rinfrescano un sentire comune psicanalitico, fanno sentire colti (o quasi) un certo numero di lettori. Abbiamo visto due prodotti del politainment (politics + entertainment), un tipo di prosa che ravviva la cronaca politica col divertimento, con la finta cultura e con punte sensazionalistiche.
Terzo articolo: «L'illusione democratica del Sovrano online» di Umberto Eco. Qui bisogna fare il nome. Le battute non mancano (si parla, tra l'altro, di politici che svaccano), ma vi sono affondi precisi. Nel partito di Grillo le decisioni non vengono prese dal popolo sovrano ma da un'aristocrazia di blogghisti.
E ancora: ««questa è l'impasse del grillismo che deve scegliere tra democrazia parlamentare, che esiste e che lui ha accettato partecipando alle elezioni, e agorà che non esiste più o non ancora». Si dicono cose, non si fanno chiacchiere. Così si dovrebbe fare, soprattutto nei momenti difficili.
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