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Coscienza svizzera e difesa dell'italiano» è il titolo dell'«Opinione» di Flavio Zanetti, apparsa su questo giornale lo scorso 27gennaio. Le conclusioni, invero scoraggiati, invitano prima di tutto all’autocritica, con l'esortazione a difendere l'italiano in casa nostra prima di lanciare anatemi contro gli amici confederati che trascurano la nostra lingua.
Il tema è noto e per certi versi anche stucchevole, poiché la sensazione è che se ne parli e se ne scriva parecchio, ma sostanzialmente non si faccia abbastanza. Soprattutto da parte di chi sarebbe deputato a fare molto.
A questo proposito Zanetti prende di mira soprattutto la RSI («imperversano gli anglicismi») e l’Università della Svizzera italiana, «sorta come flore all'occhiello della nostra italianità», ma che «concede ampio spazio all'inglese, dimostrando un evidente servilismo linguistico alle tendenze globalizzanti». Una sorta di servilismo al quadrato insomma, quasi endemico in una terra un tempo povera e sottoposta, che si ritrova oggi ricca repubblica elvetica nel contesto di un mondo sempre più globalizzato.
Sappiamo qual è la posta in gioco, un benessere non garantito da nessuno se non dalla nostra consapevolezza e intraprendenza che passano attraverso molte scelte, non da ultimo in relazione alle lingue e alle culture che ci stanno intorno. Sono scelte che ognuno fa ogni giorno e che le istituzioni dovrebbero fare nel rispetto dell'interesse pubblico e delle leggi. Andrà quindi rammentato che «la lingua ufficiale dell'USI e della SUPSI è l’italiano» e che questo capoverso, se ben ricordiamo, è stato inserito in extremis nel primo articolo della «Legge sull’Università della Svizzera italiana, sulla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana e sugli Istituti di ricerca» (questo il titolo modificato della legge originaria del 1995), dopo che in Gran Consiglio erano intervenuti due parlamentari di spessore e di lungo corso, oltre che ex consiglieri di Stato, come Benito Bernasconi e Argante Righetti. Personalità che ben conoscevano/conoscono il rischio di servilismo di cui sopra e che, «per non saper né leggere né scrivere», hanno a suo tempo proposto di scrivere nero su bianco nella legge ciò che a molti pareva superfluo. Ora non sfuggirà a nessuno che un’università che si vuole competitiva e ben inserita nel contesto nazionale e internazionale non possa certo rinchiudersi nella lingua italiana, oltretutto in difficoltà anche a causa di una collaudata esterofilia del tutto connaturale alla nazione italiana. E forse «esterofilia» è un modo elegante di etichettare quel servilismo abbondantemente presente in tanti amici italiani, anzi quell’«anarco-servilismo, al quale Raffaele Simone, linguista notevole nonché mente fra le più lucide degli intellettuali italiani, ha dedicato un capitolo nel suo bel pamphlet di qualche anno fa (Garzanti 2005) intitolato «Il paese del pressappoco». Lasciamo a lui la parola perché meglio non si potrebbe dire: «Adoriamo il potente di turno, lo aduliamo fino al ridicolo mossi da una irrefrenabile sete di ‘servitù volontaria' (...) Nella vocazione al servaggio volontario si manifesta dunque una non cancellata origine servile. Una parte di noi è formata da servi di emancipazione recente. Come tutti i liberti (...) oscilliamo tra l'adulazione del potente e una pericolosa tentazione di licenza (...)».
E fermiamoci qui per carità di patria, altrui e nostra. Aggiungiamo solo, tornando all'USI, che al di là di una splendida realizzazione che se non ci fosse andrebbe inventata, le manifestazioni di servilismo linguistico in effetti non mancano. Dalle denominazioni spicciole quotidiane della «USI community» ai più di venti master, tutti in inglese salvo quattro in italiano.
Siamo proprio sicuri che per attirare studenti sia questo l’unico modo di «vendersi»?
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