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Maarten Janssen, 2014-
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COSCIENZA SVIZZERA E ITALIANA
Language column
Plurilingua
Author
Alessio Petralli
Date
07
febbraio
2012
more header data
[1]
Coscienza
svizzera
e
difesa
dell'
italiano
»
è
il
titolo
dell'
«
Opinione
»
di
Flavio
Zanetti
,
apparsa
su
questo
giornale
lo
scorso
27gennaio
.
[2]
Le
conclusioni
,
invero
scoraggiati
,
invitano
prima
di
tutto
all’
autocritica
,
con
l'
esortazione
a
difendere
l'
italiano
in
casa
nostra
prima
di
lanciare
anatemi
contro
gli
amici
confederati
che
trascurano
la
nostra
lingua
.
[3]
Il
tema
è
noto
e
per
certi
versi
anche
stucchevole
,
poiché
la
sensazione
è
che
se
ne
parli
e
se
ne
scriva
parecchio
,
ma
sostanzialmente
non
si
faccia
abbastanza
.
[4]
Soprattutto
da
parte
di
chi
sarebbe
deputato
a
fare
molto
.
[5]
A
questo
proposito
Zanetti
prende
di
mira
soprattutto
la
RSI
(
«
imperversano
gli
anglicismi
»
)
e
l’
Università
della
Svizzera
italiana
,
«
sorta
come
flore
all'
occhiello
della
nostra
italianità
»
,
ma
che
«
concede
ampio
spazio
all'
inglese
,
dimostrando
un
evidente
servilismo
linguistico
alle
tendenze
globalizzanti
»
.
[6]
Una
sorta
di
servilismo
al
quadrato
insomma
,
quasi
endemico
in
una
terra
un
tempo
povera
e
sottoposta
,
che
si
ritrova
oggi
ricca
repubblica
elvetica
nel
contesto
di
un
mondo
sempre
più
globalizzato
.
[7]
Sappiamo
qual
è
la
posta
in
gioco
,
un
benessere
non
garantito
da
nessuno
se
non
dalla
nostra
consapevolezza
e
intraprendenza
che
passano
attraverso
molte
scelte
,
non
da
ultimo
in
relazione
alle
lingue
e
alle
culture
che
ci
stanno
intorno
.
[8]
Sono
scelte
che
ognuno
fa
ogni
giorno
e
che
le
istituzioni
dovrebbero
fare
nel
rispetto
dell'
interesse
pubblico
e
delle
leggi
.
[9]
Andrà
quindi
rammentato
che
«
la
lingua
ufficiale
dell'
USI
e
della
SUPSI
è
l’
italiano
»
e
che
questo
capoverso
,
se
ben
ricordiamo
,
è
stato
inserito
in
extremis
nel
primo
articolo
della
«
Legge
sull’
Università
della
Svizzera
italiana
,
sulla
Scuola
universitaria
professionale
della
Svizzera
italiana
e
sugli
Istituti
di
ricerca
»
(
questo
il
titolo
modificato
della
legge
originaria
del
1995
)
,
dopo
che
in
Gran
Consiglio
erano
intervenuti
due
parlamentari
di
spessore
e
di
lungo
corso
,
oltre
che
ex
consiglieri
di
Stato
,
come
Benito
Bernasconi
e
Argante
Righetti
.
[10]
Personalità
che
ben
conoscevano/conoscono
il
rischio
di
servilismo
di
cui
sopra
e
che
,
«
per
non
saper
né
leggere
né
scrivere
»
,
hanno
a
suo
tempo
proposto
di
scrivere
nero
su
bianco
nella
legge
ciò
che
a
molti
pareva
superfluo
.
[11]
Ora
non
sfuggirà
a
nessuno
che
un’
università
che
si
vuole
competitiva
e
ben
inserita
nel
contesto
nazionale
e
internazionale
non
possa
certo
rinchiudersi
nella
lingua
italiana
,
oltretutto
in
difficoltà
anche
a
causa
di
una
collaudata
esterofilia
del
tutto
connaturale
alla
nazione
italiana
.
[12]
E
forse
«
esterofilia
»
è
un
modo
elegante
di
etichettare
quel
servilismo
abbondantemente
presente
in
tanti
amici
italiani
,
anzi
quell’
«
anarco-servilismo
,
al
quale
Raffaele
Simone
,
linguista
notevole
nonché
mente
fra
le
più
lucide
degli
intellettuali
italiani
,
ha
dedicato
un
capitolo
nel
suo
bel
pamphlet
di
qualche
anno
fa
(
Garzanti
2005
)
intitolato
«
Il
paese
del
pressappoco
»
.
[13]
Lasciamo
a
lui
la
parola
perché
meglio
non
si
potrebbe
dire
:
«
Adoriamo
il
potente
di
turno
,
lo
aduliamo
fino
al
ridicolo
mossi
da
una
irrefrenabile
sete
di
‘
servitù
volontaria'
(
.
.
.
)
Nella
vocazione
al
servaggio
volontario
si
manifesta
dunque
una
non
cancellata
origine
servile
.
Una
parte
di
noi
è
formata
da
servi
di
emancipazione
recente
.
Come
tutti
i
liberti
(
.
.
.
)
oscilliamo
tra
l'
adulazione
del
potente
e
una
pericolosa
tentazione
di
licenza
(
.
.
.
)
»
.
[14]
E
fermiamoci
qui
per
carità
di
patria
,
altrui
e
nostra
.
[15]
Aggiungiamo
solo
,
tornando
all'
USI
,
che
al
di
là
di
una
splendida
realizzazione
che
se
non
ci
fosse
andrebbe
inventata
,
le
manifestazioni
di
servilismo
linguistico
in
effetti
non
mancano
.
[16]
Dalle
denominazioni
spicciole
quotidiane
della
«
USI
community
»
ai
più
di
venti
master
,
tutti
in
inglese
salvo
quattro
in
italiano
.
[17]
Siamo
proprio
sicuri
che
per
attirare
studenti
sia
questo
l’
unico
modo
di
«
vendersi
»
?
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