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La svendita della propria lingua

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 01 giugno 2012
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Pagep.42
Column-


[1]
Molti hanno scritto della decisone del politecnico di Milano di propone dal 2014 i propri corsi specialistici e dottorali solo in inglese.
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Dietro a questa scelta, che mira ad attirare studenti e docenti dall'estero, ci sono sicuramente ragioni di mercato e convinzioni personali discutibili.
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A partire da quelle del ministro Profumo che qualche anno fa, in qualità di rettore del politecnico di Torino, aveva deciso di non far pagare le tasse a chi sceglieva i corsi in inglese, scartando quelli omologhi in italiano.
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Con il politecnico di Milano siamo di fronte a un'ulteriore dimostrazione di superficiale esterofilia italiana che, procedendo di questo passo, minaccia di dialettizzare la propria grande lingua di cultura, che non può certo rinunciare alla sua dimensione scientifica e tanto meno può permettersi di non riuscire a divulgare le relative conoscenze in italiano.
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Fra le menti più lucide ad essersi espresse sulla stampa, vi è quella di un acuto intellettuale come Raffaele Simone, linguista da sempre attento a fustigare i propri connazionali per cercare di tenere sotto controllo certe derive italiane.
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In un suo articolo apparso su Repubblica lo scorso 17 aprile, Simone mette dapprima il dito in numerose piaghe, per arrivare in conclusione a qualche saggia proposta di cui diremo.
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Per prima cosa viene evidenziata la scarsa «fedeltà» (potremmo dire «lealtà») degli italiani nei confronti della propria lingua, il che fa oltretutto a pugni con la scarsa conoscenza che gli italiani stessi hanno delle lingue straniere.
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Le ragioni di questo autolesionismo possono essere, sempre secondo Simone, diverse nei più disparati casi: tanto per fare un esempio gli italiani pensano forse di essere spiritosi quando alla Galleria Borghese chiamano (e scrivono) «ticketteria» la «biglietteria»?
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O forse si tratta di «puro cretinismo»?
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O, più probabilmente, riaffiora il «penoso provincialismo di chi, senza sa- pere niente di lingue straniere (e poco della propria), vuole sembrare up to date, in, cool».
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È vero, un cartello sgangherato in luogo turistico, opera di uno «spiritoso (cretino) provinciale», non è paragonabile a una lezione in inglese di un professore (italiano) del politecnico a studenti (in grande maggioranza italiani), ma la mentalità che sta dietro rischia di essere simile.
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Ovvero, per stare a galla devo compiacere il potente di turno e seguire l'onda.
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Se poi la sovranità culturale italiana va a farsi benedire poco importa, poiché il politecnico di Milano avrà nel frattempo guadagnato fra i propri iscritti un po' di studenti stranieri, che però non saranno certo per la maggior parte statunitensi, francesi o tedeschi.
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Insomma, siamo proprio sicuri che per «internazionalizzare» davvero la propria scuola sia indispensabile anglicizzarla da capo a piedi, o quasi?
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Non sarebbe meglio, come propone Simone, «dare un poderoso impulso alla traballante rete dei corsi di italiano negli istituti di cultura (...) creando simultaneamente negli atenei italiani stazioni dedicate dove gli stranieri possano imparare in poco tempo i fondamentali della nostra lingua».
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Insomma, la nostra lingua deve continuare ad essere moneta di scambio, poiché se cambiamo tutti i nostri soldi in dollari (o in sterline), poi non possiamo lamentarci che la nostra moneta si svaluta e i nostri risparmi svaniscono come neve al sole.
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Vale anche per il nostro Cantone che ha tutto l'interesse a far sentire la propria voce in italiano sia al resto della Svizzera che all'Italia.
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Che poi la nostra voce debba saper essere plurilingue lo sappiamo da lunga pezza, ma questo non significa certo svendersi in casa illudendosi di acquistare valore all'estero.
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Chi si vende facilmente, vale poco.

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