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Darsi da fare per dire

Language columnPlurilingua
AuthorAlessio Petralli
Date 05 marzo 2011
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Pagep.27
Column-


[1]
Sull'ultimo numero (ottobre 2010) del sempre stimolante foglio semestrale La Crusca per voi troviamo due utili contributi per riflettere sulla situazione della lingua italiana nel contesto multilingue europeo.
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Il richiamo alla «vecchia Europa» parrebbe come sempre obbligato, in particolare se pensiamo che i due articoli si occupano di due fondamentali lingue e mondi speciali, riferendosi al diritto all’economia.
[3]
Ma attenzione agli appellativi stereotipati che riserviamo senza pensarci troppo al nostro continente poiché dietro quella «vecchia» sta una grande storia, cosi come dietro (e davanti!) alla «Babele europea» sta una grande ricchezza.
[4]
Che deve essere tale non solo a parole ma anche nei fatti, sempre più complicati e necessari di approfondimento.
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Sono quindi benvenute le riflessioni di Barbara Pozzo, professore ordinario di diritto privato comparato presso l’Università dell’Insubria a Como e di Michele Gazzola, giovane e brillante ricercatore dell'Università di Ginevra.
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Nel primo caso ci si occupa di Italiano giuridico e multilinguismo europeo, mentre nel secondo ci si propone un'analisi economica a proposito di Quali lingue per il brevetto dell'Unione europea?.
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In entrambi i contesti viene subito considerata la forza straripante della lingua inglese, che ha sicuramente le sue ragioni d'essere, ma che va tenuta sotto controllo, poiché non è tanto una questione di forma quanto di sostanza.
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Tant’è vero che, pur godendo dello status di cui ben sappiamo, l'inglese giuridico «è la lingua meno adatta a esprimere concetti giuridici della maggior parte degli ordinamenti a base romanistica».
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Il problema maggiore è quello di un armonizzazione di un diritto che ha a che fare con ben 23 lingue ufficiali e con una lingua inglese che deve reinventarsi per fungere da tramite.
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Insomma, anche qui l’inglese è sempre più destinato a diventare una lingua funzionale e ad essere in un certo senso scippato ai suoi legittimi proprietari.
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Ma a noi interessano soprattutto le sorti dell'italiano, «che si deve porre in termini nuovi rispetto al passato, che dovrà analizzare la corrispondenza del proprio linguaggio agli altri presenti nel contesto europeo».
[12]
Compito che l'italiano giuridico elvetico si è già assunto con buoni esiti da tempo (per quanto riguarda ovviamente il repertorio elvetico) e al quale un’università insubrica aperta sull'Europa è senz'altro interessata.
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Per i brevetti la situazione è altrettanto complessa e basterà dire qui che ogni soluzione futura - dal «solo inglese» a «tre lingue procedurali (tedesco, francese, inglese + 20 lingue supplementari)» - dovrà «puntare decisamente a un sistema di misure redistributive di accompagnamento stabili che correggano sistematicamente gli squilibri derivanti dal privilegiare una o qualche lingua comunitaria sulle altre » Ma proprio nel settore dei brevetti disponiamo di cifre che ci dicono che la vera scommessa per la lingua italiana si gioca su ben altra sostanza, ovvero sul numero (e la qualità) dei brevetti e sul fatto che purtroppo «gli italiani non sono più un popolo di inventori» (nel 2003 solo 62 inventori per milione di abitanti, contro ad esempio i 375della Svezia e i 298 della Finlandia)».
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Un altro dato che abbiamo sottomano per il 2003 (citato ne «Il mondo in italiano» di Barbara Turchetta) ci dice inoltre che l’Italia con 3.
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676 domande di brevetto è solo quinta, dietro a Germania, Francia, regno Unito e Paesi Bassi.
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Un’incursione nella rete alla ricerca di dati più recenti non offre granché di nuovo.
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Quindi ci risiamo: una lingua deve aver cose importanti da dire e chi ama l'italiano deve darsi da fare.
[18]
Ben venga un passato glorioso e di prestigio, ma la globalizzazione impone di sapersi reinventare.

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