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Maarten Janssen, 2014-
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Darsi da fare per dire
Language column
Plurilingua
Author
Alessio Petralli
Date
05
marzo
2011
more header data
[1]
Sull'
ultimo
numero
(
ottobre
2010
)
del
sempre
stimolante
foglio
semestrale
La
Crusca
per
voi
troviamo
due
utili
contributi
per
riflettere
sulla
situazione
della
lingua
italiana
nel
contesto
multilingue
europeo
.
[2]
Il
richiamo
alla
«
vecchia
Europa
»
parrebbe
come
sempre
obbligato
,
in
particolare
se
pensiamo
che
i
due
articoli
si
occupano
di
due
fondamentali
lingue
e
mondi
speciali
,
riferendosi
al
diritto
all’
economia
.
[3]
Ma
attenzione
agli
appellativi
stereotipati
che
riserviamo
senza
pensarci
troppo
al
nostro
continente
poiché
dietro
quella
«
vecchia
»
sta
una
grande
storia
,
cosi
come
dietro
(
e
davanti
!
)
alla
«
Babele
europea
»
sta
una
grande
ricchezza
.
[4]
Che
deve
essere
tale
non
solo
a
parole
ma
anche
nei
fatti
,
sempre
più
complicati
e
necessari
di
approfondimento
.
[5]
Sono
quindi
benvenute
le
riflessioni
di
Barbara
Pozzo
,
professore
ordinario
di
diritto
privato
comparato
presso
l’
Università
dell’
Insubria
a
Como
e
di
Michele
Gazzola
,
giovane
e
brillante
ricercatore
dell'
Università
di
Ginevra
.
[6]
Nel
primo
caso
ci
si
occupa
di
Italiano
giuridico
e
multilinguismo
europeo
,
mentre
nel
secondo
ci
si
propone
un'
analisi
economica
a
proposito
di
Quali
lingue
per
il
bre
vetto
dell'
Unione
europea
?
.
[7]
In
entrambi
i
contesti
viene
subito
considerata
la
forza
straripante
della
lingua
inglese
,
che
ha
sicuramente
le
sue
ragioni
d'
essere
,
ma
che
va
tenuta
sotto
controllo
,
poiché
non
è
tanto
una
questione
di
forma
quanto
di
sostanza
.
[8]
Tant’
è
vero
che
,
pur
godendo
dello
status
di
cui
ben
sappiamo
,
l'
inglese
giuridico
«
è
la
lingua
meno
adatta
a
esprimere
concetti
giuridici
della
maggior
parte
degli
ordinamenti
a
base
romanistica
»
.
[9]
Il
problema
maggiore
è
quello
di
un
armonizzazione
di
un
diritto
che
ha
a
che
fare
con
ben
23
lingue
ufficiali
e
con
una
lingua
inglese
che
deve
reinventarsi
per
fungere
da
tramite
.
[10]
Insomma
,
anche
qui
l’
inglese
è
sempre
più
destinato
a
diventare
una
lingua
funzionale
e
ad
essere
in
un
certo
senso
scippato
ai
suoi
legittimi
proprietari
.
[11]
Ma
a
noi
interessano
soprattutto
le
sorti
dell'
italiano
,
«
che
si
deve
porre
in
termini
nuovi
rispetto
al
passato
,
che
dovrà
analizzare
la
corrispondenza
del
proprio
linguaggio
agli
altri
presenti
nel
contesto
europeo
»
.
[12]
Compito
che
l'
italiano
giuridico
elvetico
si
è
già
assunto
con
buoni
esiti
da
tempo
(
per
quanto
riguarda
ovviamente
il
repertorio
elvetico
)
e
al
quale
un’
università
insubrica
aperta
sull'
Europa
è
senz'
altro
interessata
.
[13]
Per
i
brevetti
la
situazione
è
altrettanto
complessa
e
basterà
dire
qui
che
ogni
soluzione
futura
-
dal
«
solo
inglese
»
a
«
tre
lingue
procedurali
(
tedesco
,
francese
,
inglese
+
20
lingue
supplementari
)
»
-
dovrà
«
puntare
decisamente
a
un
sistema
di
misure
redistributive
di
accompagnamento
stabili
che
correggano
sistematicamente
gli
squilibri
derivanti
dal
privilegiare
una
o
qualche
lingua
comunitaria
sulle
altre
»
Ma
proprio
nel
settore
dei
brevetti
disponiamo
di
cifre
che
ci
dicono
che
la
vera
scommessa
per
la
lingua
italiana
si
gioca
su
ben
altra
sostanza
,
ovvero
sul
numero
(
e
la
qualità
)
dei
brevetti
e
sul
fatto
che
purtroppo
«
gli
italiani
non
sono
più
un
popolo
di
inventori
»
(
nel
2003
solo
62
inventori
per
milione
di
abitanti
,
contro
ad
esempio
i
375della
Svezia
e
i
298
della
Finlandia
)
»
.
[14]
Un
altro
dato
che
abbiamo
sottomano
per
il
2003
(
citato
ne
«
Il
mondo
in
italiano
»
di
Barbara
Turchetta
)
ci
dice
inoltre
che
l’
Italia
con
3
.
[15]
676
domande
di
brevetto
è
solo
quinta
,
dietro
a
Germania
,
Francia
,
regno
Unito
e
Paesi
Bassi
.
[16]
Un’
incursione
nella
rete
alla
ricerca
di
dati
più
recenti
non
offre
granché
di
nuovo
.
[17]
Quindi
ci
risiamo
:
una
lingua
deve
aver
cose
importanti
da
dire
e
chi
ama
l'
italiano
deve
darsi
da
fare
.
[18]
Ben
venga
un
passato
glorioso
e
di
prestigio
,
ma
la
globalizzazione
impone
di
sapersi
reinventare
.
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