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Il tempo comunque siringe. Perché il Sonderfall elvetico, esempio irripetibile di democrazia reale e di ecumenica civiltà, anche linguistica, sta diventando oramai, più che un concetto, una parola che il tempo sta svuotando molto in fretta».
La citazione, che deve far riflettere e soprattutto far agire, è posta alla fine dell’eccellente saggio di Renato Martinoni «Lingua e cultura italiana in Svizzera», testo introduttivo di più di settanta pagine a «Vitalia in Svizzera. Lingua, cultura, viaggi, letteratura», pregevole volume dello stesso autore, edito dalla veneziana Marsilio nel 2010.
Questo saggio rappresenta una base di lancio ideale per cercare di far decollare un’inversione di tendenza per l’italiano nella Svizzera di oltre San Gottardo, esortando ad operare a vari livelli, in modo che «il desiderio di imparare l’italiano potrà aumentare.» Molte sono le indicazioni che emergono da una valutazione così densa, preziose per elaborare una linea di condotta che non è più possibile procrastinare.
Secondo Martinoni non servono tanto leggi e regolamenti vincolanti «a garantire l’obbligatorietà dello studio dell’italiano», poiché «ci vuole invece un’azione dinamica di sensibilizzazione», con lo scopo soprattutto di «convincere i giovani dell’importanza dell’italiano come fondamento e garanzia del federalismo».
Il che significa tra l’altro occuparsi di quegli «italofoni precari» e «potenziali» oltre San Gottardo, finora piuttosto trascurati.
Fondamentale poi la riflessione su un’Italia troppo rivolta a vivere del proprio passato e i cui politici «non hanno fatto nulla per difendere in Europa il ruolo dell’italiano». Ad affermarlo è Francesco Sabatini, dinamico presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ma disincantato testimone di un’inerzia italiana che parrebbe purtroppo sempre più incancrenirsi.
Vale però la pena di completare queste considerazioni con proposte costruttive che, partendo dalla Svizzera, potrebbero influenzare favorevolmente perfino la situazione linguistica italiana.
Si tratta ad esempio, sempre secondo Martinoni, di pensare «a corsi bilingui, anche a livello accademico: sul made in Italy, di musicologia, di storia dell’arte (...) politica, sociale, finanziaria.», per ridare vigore alla voglia di imparare l’italiano di cui si diceva all’inizio. Inoltre bisognerà coinvolgere non soltanto «la linguistica e i linguisti», perché il tema riguarda «la storia della cultura, quella delle idee, delle ideologie, del gusto, delle immagini politiche e culturali della nazione, e via di seguito.» È vero, per uscire dalle secche di una deriva depressiva molto pericolosa per la nostra lingua, bisogna unire le forze. Non basta analizzare ed osservare puntualmente, ma bisogna, a tutto campo, agire concretamente di concerto.
A questo proposito va rilevato che la recente legge sulle lingue, con la relativa ordinanza di applicazione, costituiscono un quadro di riferimento incoraggiante che, oggi più di ieri, possono senz’altro favorire la realizzazione di misure attive di promozione della lingua italiana in Svizzera. A tale scopo è indispensabile una consapevolezza politica che nella Confederazione ha dato negli ultimi tempi buoni frutti, grazie anche al lavoro apprezzabile e costante della Deputazione ticinese a Berna.
È perciò opportuno insistere con interventi mirati, cercando di sensibilizzare la classe politica ticinese, e addirittura quella italiana, che per la propria lingua devono fare di più.
Prima che sia troppo tardi e che la Svizzera e l’Europa se ne vadano per conto proprio, dimenticandosi di una loro parte costitutiva essenziale.
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