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Italiano scritto: il modello nei giornali

Language columnPlurilingua
AuthorCarla Marello
Date 14 settembre 2011


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Nei vari Stati europei la norma scritta prestigiosa si è staccata dal modello letterario più o meno precocemente, in relazione a differenti scenari politici e linguistici, e la lingua della divulgazione, in tempi più vicini a noi la lingua dei giornali, è subentrata come possibile modello.
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Per l'italiano questo fatto è assodato dall'inizio dell'Ottocento nei fatti e nella coscienza delle persone colte, ma solo nel Novecento la prosa giornalistica è stata esplicitamente accettata come lettura scolastica da meditare, come fonte di esempi di uso da immettere nei dizionari storici.
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L'introduzione della possibilità di fare un articolo di giornale anziché un tema all'esame finale della scuola secondaria superiore, l'incentivazione del giornalino della scuola hanno contribuito a radicare nel grande pubblico l'idea che «scrivere bene» significa anche scrivere come un giornalista, specie se l’argomento non è di quelli da romanzo.
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Negli ultimi vent'anni, poi, gli archivi elettronici dei quotidiani come Repubblica, La Stampa, hanno costituito la principale fonte delle raccolte di testi scritti fatte dai linguisti che desideravano descrivere la lingua italiana scritta, e i suoi palpabili cambiamenti, non solo sulla base della propria competenza, ma anche su dati ricavati dall’esame di un grandissimo numero di testi.
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Prima dei siti in rete c'è stata la fase delle annate su CD - ROM che limitava pero il numero dei consultatori.
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Ora con la rete e Google, la lingua dei giornali costituisce un facilmente accessibile sfondo su cui misurare se qualcosa si può scrivere o almeno è stato scritto.
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Certo nella rete e nei giornali si trova no anche pessimi esempi, ma chi è al la ricerca della norma si può basare sulla differenza fra migliaia di attestazioni e poche decine.
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E lo può fare
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in fretta, con pochi clic, come si suol dire.
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Resta la possibilità che qualcosa si possa dire e bene, ma non si trovi in rete: in tal caso chi scrive o decide di seguire il proprio fiuto, orgoglioso di esser lontano dalla scrittura di massa, o si adegua alle forme che trova, portando acqua al mulino dei linguisti che sostengono, dati alla mano, che i parlanti quando scrivono (ma soprattutto quando parlano) non sono affatto creativi e che più del 95 per cento di quello che scrivono e dicono è terribilmente prevedibile.
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È anche vero che, se così non fosse, faremmo davvero molta fatica a capirci e a leggere un testo.
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Alla luce dell’importanza che la lingua dei giornali ha per l’italiano scritto, c'è da chiedersi se un testo, appena uscito, come il Manuale di scrittura giornalistica di Ugo Cardinale (UTET libreria, Torino 2011), si presenta solo come manuale per futuri aspiranti giornalisti o non può piuttosto venir recepito come manuale per «scrivere bene», nel senso di scrivere correttamente e in modo efficace, anche al difuori dei giornali.
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Argomenta Cardinale che Vera televisiva non ha soppiantato la comunicazione scritta della notizia, anche se non si può negare che il giornalismo televisivo ha contribuito a rendere la scrittura giornalistica più «scattante».
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Il suo libro non parla di congiuntivi o di plurali di parole straniere: è un libro che parla della forma dell'articolo giornalistica soprattutto dal punto di vista della disposizione di con- tenuti.
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Parla dei rapporti fra titolo e apertura d'articolo, di come si introducono le fonti scritte, citandole, riscrivendole, di come si riportano interviste e dichiarazioni orali di testimoni oculari di un incidente, ad esempio.
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Dedica attenzione all'interpunzione, alla distribuzione in paragrafi e capoversi.
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Il manuale tratta soprattutto dell’articolo giornalistico «notizia di cronaca» o «intervista», ma c'è pure un capitolo sull'articolo di approfondimento, la cosiddetta «feature».
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Fra gli aspetti più interessanti di questo manuale sono gli esempi da non imitare con tanto di discussione dei loro difetti e di possibile riscrittura.
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Si può talvolta non essere d’accordo con il giudizio di Cardinale, ma è stimolante, perché i suoi giudizi partono dalla risposta, caso per caso, a una domanda che tutti, in primis i giornalisti, dovrebbero porsi prima di mettersi a pestare su una tastiera di computer.
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Che cosa è importante per me far capire a chi leggerà quello che scrivo?
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Una volta che chi scrive ha chiarito a stesso i propri scopi, fra i consigli di Cardinale c'è anche l’esercizio di una prosa più raffinata, con qual- che effetto speciale retorico derivato dalla letteratura, ma soprattutto la ricerca di una prosa che esalti l’architettura del testo.

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