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La decadenza del linguaggio politico italiano è un fatto grave

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 28 novembre 2011
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Page32
Column-


[1]
Staccare la spina» è un'espressione che non piace a Mario Monti.
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E al neopresidente del Consiglio italiano non piacciono neppure «i poteri forti».
[3]
Mi sembra una buona svolta per il linguaggio politico, avvilito negli ultimi anni da spropositi e ridicolaggini di vario genere.
[4]
L’Italia è stata assediata per mesi dallo sindrome del «passo indietro» (ma anche avanti, laterale), dal gioco dei «senza se e senza ma», dalle «lagrime e sangue», da slogan di cattivo gusto come «non mettere le mani nelle tasche degli italiani» (detto a proposito delle tasse).
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Per la formazione del nuovo esecutivo si è ricorsi ancora una volta ai vocaboli dello sport: «la squadra di governo», «il gioco di squadra», «scendere in campo», «essere in pole position» o «essere in pole» (nella corsa alla nomina a ministro).
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Speriamo che tutto questo sia finito, vale a dire che i politici e i giornalisti facciano uno sforzo per imparare a parlare e a scrivere, come si deve.
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«Per spirito di servizio», come ripetono molti in questi giorni.
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Nei mesi scorsi in Italia l’opposizione aveva affidato ai comici l'impegno di parlare della realtà.
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Pierluigi Bersani è stato il campione di un linguaggio popolare, ricco di metafore, alternativo - a suo parere - del vecchio politichese.
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«Mettiamoci il pigiama e andiamo a lavorare», ha detto ridendo e poi, sempre ridendo, si è chiesto se vale la pena di «togliere le macchie al giaguaro», «pettinare i ricci», «disegnare le righe ai calabroni», «fare la doccia alle trote».
[11]
Lui rideva, divertito, ammiccante.
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Ma gli elettori avranno apprezzato?
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L'ultima battuta Bersani l’ha dedicata a Di Pietro: «L’IdV non può andare per funghi durante il governo tecnico e poi tornare per la campagna elettorale» (Corriere della Sera, 11-11-2011, p. 13).
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Ai giorni nostri è convinzione diffusa che l’irrisione di tipo situazionista sia la scelta migliore in uno scenario in cui le barzellette diventano l’antidoto a una politica ingessata e in caduta libera.
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Chi dice barzellette è un genio e un supergenio è colui che per quotidiani e settimanali disegna vignette, possibilmente sguaiate e irreali.
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Ognuno recita la sua parte.
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Di Pietro va giù pesante.
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A proposito di un’alleanza politica che potrebbe danneggiare l'«Italia dei valori» commenta: «Si accorgeranno che non possono stare insieme perché due maschi in camera da letto non fanno figli».
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I gay - narrano le cronache - si sono scatenati.
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Ma tormentoni, ironie, autoironie a parte, la decadenza del linguaggio politico italiano è un fatto grave.
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Va insieme con lo sprofondamento del discorso mediati- co (televisivo soprattutto), che da tempo immemorabile ha dichiarato guerra alla logica, alla complessità del ragionare, alla differenza, alla diversificazione, al confronto (vero) di idee.
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Ci si contenta del teatrino, della sceneggiata, del gesto che attira l’attenzione.
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È la moda del «ti piace?» diffusa da Internet.
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È il trionfo del cosiddetto «gentismo», la ricerca smodata di piacere alla gente, l’assoluto predominio dei numeri, la santificazione dello share.
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E così il «gentismo» ha dato il primo piano ai re della tivù, agli agenti delle starlet, ai tronisti, ai frequentatori di luoghi «esclusivi», alla barzelletta, alla rissa e alla parolaccia.
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Nella prima pagina dei quotidiani spiccano le foto a colori di scene assolutamente banali.
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A tutto questo, si, bisognerebbe «staccare la spina».

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