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La decadenza del linguaggio politico italiano è un fatto grave

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 28 novembre 2011


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Staccare la spina» è un'espressione che non piace a Mario Monti. E al neopresidente del Consiglio italiano non piacciono neppure «i poteri forti». Mi sembra una buona svolta per il linguaggio politico, avvilito negli ultimi anni da spropositi e ridicolaggini di vario genere. L’Italia è stata assediata per mesi dallo sindrome del «passo indietro» (ma anche avanti, laterale), dal gioco dei «senza se e senza ma», dalle «lagrime e sangue», da slogan di cattivo gusto come «non mettere le mani nelle tasche degli italiani» (detto a proposito delle tasse). Per la formazione del nuovo esecutivo si è ricorsi ancora una volta ai vocaboli dello sport: «la squadra di governo», «il gioco di squadra», «scendere in campo», «essere in pole position» o «essere in pole» (nella corsa alla nomina a ministro). Speriamo che tutto questo sia finito, vale a dire che i politici e i giornalisti facciano uno sforzo per imparare a parlare e a scrivere, come si deve. «Per spirito di servizio», come ripetono molti in questi giorni. Nei mesi scorsi in Italia l’opposizione aveva affidato ai comici l'impegno di parlare della realtà. Pierluigi Bersani è stato il campione di un linguaggio popolare, ricco di metafore, alternativo - a suo parere - del vecchio politichese. «Mettiamoci il pigiama e andiamo a lavorare», ha detto ridendo e poi, sempre ridendo, si è chiesto se vale la pena di «togliere le macchie al giaguaro», «pettinare i ricci», «disegnare le righe ai calabroni», «fare la doccia alle trote». Lui rideva, divertito, ammiccante. Ma gli elettori avranno apprezzato? L'ultima battuta Bersani l’ha dedicata a Di Pietro: «L’IdV non può andare per funghi durante il governo tecnico e poi tornare per la campagna elettorale» (Corriere della Sera, 11-11-2011, p. 13).

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Ai giorni nostri è convinzione diffusa che l’irrisione di tipo situazionista sia la scelta migliore in uno scenario in cui le barzellette diventano l’antidoto a una politica ingessata e in caduta libera. Chi dice barzellette è un genio e un supergenio è colui che per quotidiani e settimanali disegna vignette, possibilmente sguaiate e irreali. Ognuno recita la sua parte. Di Pietro va giù pesante. A proposito di un’alleanza politica che potrebbe danneggiare l'«Italia dei valori» commenta: «Si accorgeranno che non possono stare insieme perché due maschi in camera da letto non fanno figli». I gay - narrano le cronache - si sono scatenati. Ma tormentoni, ironie, autoironie a parte, la decadenza del linguaggio politico italiano è un fatto grave. Va insieme con lo sprofondamento del discorso mediati- co (televisivo soprattutto), che da tempo immemorabile ha dichiarato guerra alla logica, alla complessità del ragionare, alla differenza, alla diversificazione, al confronto (vero) di idee. Ci si contenta del teatrino, della sceneggiata, del gesto che attira l’attenzione. È la moda del «ti piace?» diffusa da Internet. È il trionfo del cosiddetto «gentismo», la ricerca smodata di piacere alla gente, l’assoluto predominio dei numeri, la santificazione dello share. E così il «gentismo» ha dato il primo piano ai re della tivù, agli agenti delle starlet, ai tronisti, ai frequentatori di luoghi «esclusivi», alla barzelletta, alla rissa e alla parolaccia. Nella prima pagina dei quotidiani spiccano le foto a colori di scene assolutamente banali. A tutto questo, si, bisognerebbe «staccare la spina».


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