Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Lo sport ha dato molto ai linguaggi politico e giornalistico; pensate soltanto a «scendere in campo» e a «gioco di squadra», espressioni divenute comuni nell'italiano dei nostri giorni. Vi sono tuttavia espressioni tecniche (o pseudo-tali) che hanno goduto e godono tuttora di un'incredibile fortuna. Prendiamo, per esempio, «a gamba tesa» e «a piedi uniti». Confesso che ho dovuto consultare uno che ne sa più di me per capire per benino gli esatti significati. Si tratta di due falli di gioco, mi è stato detto. «A gamba tesa» vuol dire contrastare l'avversario tenendo la gamba rigida anziché piegata: una postura pericolosa per l'incolumità del giocatore con cui si viene a contatto. «A piedi uniti» è un'entrata in scivolata con le gambe unite: anche in questo caso si tratta di un intervento che può danneggiare l'avversario.
La cosa curiosa è che le due espressioni (posso definirle giovanilistiche?) ricorrono nella scrittura di un personaggio storico del giornalismo italiano. Eugenio Scalfari le usa correntemente nei suoi articoli pubblicati nella «Repubblica» (il giornale da lui stesso fondato): «Che cosa ha spinto lo Scalfaro di allora e il Napolitano di oggi ad entrare a gamba tesa nella zona riservata al Parlamento e ai partiti?» (21-11-2010, p. 31); «la Procura milanese è entrata a piedi uniti nella privatezza di persone perbene» (16-1-2011, p. 31).
Concluderemo che un famoso editorialista di sinistra, nonché scrittore di vaglia, attribuisce dei «falli» alla Procura di Milano e al presidente della Repubblica? Tranquilli! Non è così, certo. «A gamba tesa» e «a piedi uniti» valgono entrambi «decisamente, energicamente, risolutamente». Ma allora, chiede il ragionier De Minimis, perché non usare questi semplici avverbi, limpidi e chiari a tutti? Affido la risposta a un giovane giornalista che la sa lunga: «a gamba tesa» e «a piedi uniti», mi dice, fanno figo, piacciono alla gente che piace.
Espressioni complicate, astruse, pseudo-tecniche non mancano davvero nella stampa odierna, dopo «tolleranza zero» (che e un calco dell'inglese «zero tolerance»), furoreggia da qualche tempo il «prodotto a chilometro zero»: non più la frutta dalla Colombia, gli ortaggi dalla Tunisia, il pesce dall'Antartico... ma frutta e ortaggi dell'or- to sotto casa, pesce del «mare nostrum».
Continuando a sfogliare i giornali, accanto al «leader ad alto tasso di personalismo» fa capolino l’«euro tregua»; l’«alto di gamma» è seguito a ruota dai «rifiuti-tech». Su tutti incombe la «nu- vola», pardon, il «cloud computing», la famosa rappresentazione del Web come una «nuvola» di contenuti e servizi che si rapportano e s'intrecciano tra loro.
Vocaboli astrusi (e inutili), avanti a tutta forza! Se continua cosi, va a finire che il bravo Stefano Bartezzaghi, deve aggiornare il suo «Non se ne può più» (Mondadori, 2010). Altro che: «praticamente», «visto e considerato», «la punta dell'iceberg» «il nervo scoperto», «la corsa ai saldi», «la vista mozzafiato» e «l'indagine a 360 gradi». Ben altro bolle in pentola...
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