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Vocaboli astrusi (e inutili) furoreggiano sui giornali

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 19 febbraio 2011


[1]
Lo sport ha dato molto ai linguaggi politico e giornalistico; pensate soltanto a «scendere in campo» e a «gioco di squadra», espressioni divenute comuni nell'italiano dei nostri giorni.
[2]
Vi sono tuttavia espressioni tecniche (o pseudo-tali) che hanno goduto e godono tuttora di un'incredibile fortuna.
[3]
Prendiamo, per esempio, «a gamba tesa» e «a piedi uniti».
[4]
Confesso che ho dovuto consultare uno che ne sa più di me per capire per benino gli esatti significati.
[5]
Si tratta di due falli di gioco, mi è stato detto.
[6]
«A gamba tesa» vuol dire contrastare l'avversario tenendo la gamba rigida anziché piegata: una postura pericolosa per l'incolumità del giocatore con cui si viene a contatto.
[7]
«A piedi uniti» è un'entrata in scivolata con le gambe unite: anche in questo caso si tratta di un intervento che può danneggiare l'avversario.
[8]
La cosa curiosa è che le due espressioni (posso definirle giovanilistiche?) ricorrono nella scrittura di un personaggio storico del giornalismo italiano.
[9]
Eugenio Scalfari le usa correntemente nei suoi articoli pubblicati nella «Repubblica» (il giornale da lui stesso fondato): «Che cosa ha spinto lo Scalfaro di allora e il Napolitano di oggi ad entrare a gamba tesa nella zona riservata al Parlamento e ai partiti?» (21-11-2010, p. 31); «la Procura milanese è entrata a piedi uniti nella privatezza di persone perbene» (16-1-2011, p. 31).
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Concluderemo che un famoso editorialista di sinistra, nonché scrittore di vaglia, attribuisce dei «falli» alla Procura di Milano e al presidente della Repubblica?
[11]
Tranquilli!
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Non è così, certo.
[13]
«A gamba tesa» e «a piedi uniti» valgono entrambi «decisamente, energicamente, risolutamente».
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Ma allora, chiede il ragionier De Minimis, perché non usare questi semplici avverbi, limpidi e chiari a tutti?
[15]
Affido la risposta a un giovane giornalista che la sa lunga: «a gamba tesa» e «a piedi uniti», mi dice, fanno figo, piacciono alla gente che piace.
[16]
Espressioni complicate, astruse, pseudo-tecniche non mancano davvero nella stampa odierna, dopo «tolleranza zero» (che e un calco dell'inglese «zero tolerance»), furoreggia da qualche tempo il «prodotto a chilometro zero»: non più la frutta dalla Colombia, gli ortaggi dalla Tunisia, il pesce dall'Antartico... ma frutta e ortaggi dell'or- to sotto casa, pesce del «mare nostrum».
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Continuando a sfogliare i giornali, accanto al «leader ad alto tasso di personalismo» fa capolino l’«euro tregua»; l’«alto di gamma» è seguito a ruota dai «rifiuti-tech».
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Su tutti incombe la «nu- vola», pardon, il «cloud computing», la famosa rappresentazione del Web come una «nuvola» di contenuti e servizi che si rapportano e s'intrecciano tra loro.
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Vocaboli astrusi (e inutili), avanti a tutta forza!
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Se continua cosi, va a finire che il bravo Stefano Bartezzaghi, deve aggiornare il suo «Non se ne può più» (Mondadori, 2010).
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Altro che: «praticamente», «visto e considerato», «la punta dell'iceberg» «il nervo scoperto», «la corsa ai saldi», «la vista mozzafiato» e «l'indagine a 360 gradi».
[22]
Ben altro bolle in pentola...

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