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L’italiano di un settentrionale urbano suona appropriato in vari contesti, anche ufficiali; il toscano e il romano, complici il cinema e la televisione, hanno conosciuto una specializzazione comica». Non sono certo che questa affermazione di N. Scaffai sia del tutto esatta. Forse risente della vecchia tesi di Pasolini, che nel lontano 1964 parlo di un presunto «italiano tecnologico» nato, a suo dire, tra Milano e Torino e del quale si è discusso in seguito all'infinito. Invece sono assolutamente certo che ai giorni nostri si sono perduti l'abitudine e il gusto di trattare della nostra lingua senza specificazioni: si discute dell'italiano della tecnologia, delle scienze, del cinema, della televisione, dei giornali, della politica, dei giovani, della scuola, della letteratura; dell'italiano parlato nelle diverse regioni e quindi influenzato dai dialetti.
Ma l'italiano senza aggettivi non è preso in considerazione. La mancanza di una visione complessiva della nostra lingua è un male.
È vero che gli Italiani sono in continuo contatto con situazioni di plurilinguismo, a causa sia della pluralità e vitalità dei dialetti sia del progresso delle scienze e delle tecniche, che con le loro terminologie specifiche sono entrate da tempo nel quotidiano. È giusto che, a seconda delle circostanze e degli argomenti trattati, si usino diverse varietà di lingua. Pero non è giusto insistere soltanto su tale varietà e su tale ricchezza - riservata peraltro a coloro che sono culturalmente dotati -, dimenticando spesso la correttezza grammaticale e sintattica e l'uso appropriato del lessico.
L'enfasi sulla possibilità di muoversi liberamente sulla «tastiera» della lingua mi sembra ai giorni nostri un po' fuori luogo. Andava bene come reazione polemica all'italiano, poco moderno e troppo tradizionale, che aveva dominato per tanto tempo nella vita pubblica e nella scuola. Ma oggi come si può parlare di «tastiera», quando manca il pianoforte? Come si può raccomandare il plurilinguismo ai nostri studenti che danno prova di una conoscenza assai modesta, se non addirittura insufficiente, della propria lingua? Più che espandersi, bisogna serrare i ranghi.
Bisogna avere il coraggio di ammettere l’esistenza di un italiano senza aggettivi, una lingua da porre alla base dei nostri bisogni comunicativi ed espressivi; una lingua da difendere contro quei dissennati che sognano un mondo globalizzato, dedito al «basic english», per gli usi pubblici e culturali, e ai dialetti, per l'uso privato e quotidiano. Due provincialismi di segno opposto.
Non sono affatto un nostalgico del modello unico, né sono un patito dell’«antiparlato» e dell’«antilingua», ma respingo il sogno del «plurilinguismo innanzi tutto» e la favoletta della «lingua che si difende da sola».
La diseducazione grammaticale e sintattica, la scelta casuale e approssimativa di parole ed espressioni conducono all'indifferenza etica. Non è soltanto la televisione a fornire cattivi modelli e stereotipi ridicoli. Vi sono gli insegnanti che non ammettono l'esistenza degli «errori» di lingua, esaltandone una presunta creatività. Vi sono le esagerazioni del linguaggio pubblicitario: se «Battisti è il genio musicale e Mogol il poeta dell’anima», che fine hanno fatto il vecchio Beethoven e il caro Leopardi?
L'educazione linguistica, come l'educazione stradale, è fatta anche di regole che si traducono in singoli atti: non si passa col rosso, ci si ferma allo stop, si dà la precedenza ai pedoni sulle strisce e così via.
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