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IL RACHITISMO SCRITTURALE DELLA NARRATIVA ITALIANA

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 11 maggio 2010


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In tempi di risse parlamentari e televisive, di striscioni insultanti negli stadi, di turpiloquio ricorrente, di aggressività verbale in tutte le sue forme non meraviglia che la parolaccia abbia invaso da tempo la narrativa.
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È un fenomeno in continua crescita.
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Provate a contare quante volte c..., vaffa e compagnia bella sono presenti negli ultimi romanzi di Ammaniti, di Mazzantini, di Siti e di altri scrittori di successo: sia nei dialoghi sia nel racconto.
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Le differenze consistono non tanto nella frequenza, ma nel fatto che uno scrittore preferisce una parolaccia e un altro scrittore ne preferisce un'altra.
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Tutto qui.
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Paolo Sorrentino nel suo romanzo «Hanno tutti ragione» (uscito recentemente) ha innovato, eccome!
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Provate a pensare come si dice nella lingua più bassa possibile «nessuno s'interessa, si cura di Carlo».
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Voi dite: «a Carlo non se lo fila nessuno»?
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Per carità, scendete in basso, più in basso...
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Avete capito?
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Ebbene Sorrentino ripete ogni tanto questa folgorante espressione: ed è contento, se ne compiace.
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È una delle attrazioni scatologico-disfemiche di un romanzo che cerca di animare una facile prevedibilità di eventi e di scene.
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Vincerà lo Strega?
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Chissà, le parolacce portano fortuna.
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Sono scaramantiche.
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L'esposizione del sesso è accompagnata dalla rivelazione scatologica: gli escrementi occupa- no non di rado la prima scena.
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Rifiuti, macerie, residui organici sono descritti minuziosamente.
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Tutto ciò è entrato da tempo nell'armamentario di molti narratori di oggi, come le griffes, le canzonette, le onomatopee, come lo spezzatino di frasi brevi, «singhiozzate», ripetute.
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Ormai si racconta in questo modo.
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E non è sol- tanto una tendenza giovanile.
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È trendy» anche per alcuni vecchiotti e vegliardi.
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È un armamentario comune.
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Ha un significato?
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Esprime qualcosa?
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Che cosa c'è dietro?
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Mancano risposte a queste «dietrologiche» domande.
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Vero è che le parolacce sono presenti anche nella narrativa di altri Paesi, ma in Italia sembrano aver trovato la loro culla.
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Si tratta, come sempre, di frequenze...
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Prudentemente, i linguisti usano il termine disfemia «ingiuria, maldicenza» e ci ricordano che in tempi ormai lontani, a contrastare le parolacce c'era l'interdizione linguistica, che nasceva dalla sfera del sacro e della religiosità, ma esprimeva al tempo stesso sentimenti di pudore e di decenza.
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Poiché la lingua muta in corrispondenza alle dinamiche sociali, ai costumi alle convenzioni sociali e culturali, la disfemia si è progressivamente annacquata.
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Il movimento femminista e studentesco, i modelli di vita nordamericani, la contestazione e la dissacrazione portati sulle ali della musica rock e del cinema d’oltreoceano hanno aperto i recinti sessuale e scatologico che prima erano sorveglia- ti dalla censura verbale e da convenzioni «borghesi» e «perbeniste» o, più prosaicamente, dalle «buone maniere».
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Negli ultimi decenni la disfemia si è tanto estesa che ormai non è più un indice: di età, di classe sociale, di livello culturale.
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Tutti ripetono stancamente vocaboli sessuali ed escrementizi.
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Unici tabù rimasti, la malattia e la morte evocano convenzionali (e giornalistici) eufemismi: «male incurabile», «non ce l'ha fatta», «se n'è andato».
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L'abuso ha trasformato l'originaria trasgressione, propria del turpiloquio, dell'ingiuria e della coprolalia, in una forma di preoccupante infantilismo.
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Una narrativa che pretende di essere «autentica» ha perduto il gusto della variante, dell'ironia, dell'allusione, del sottinteso.
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E il rachitismo scritturale cresce.

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