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Il futuro deli.’analisi del racconto

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 27 giugno 2009
NewspaperCorriere del Ticino
Publication placeMuzzano
Publication countryItalia
Page21
Column-


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Il racconto, visto nella sua dimensione linguistica, antropologica, socio-culturale e cognitivista è un tema fondamentale della cultura contemporanea.
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«Neuronarratologia. Il futuro dell'analisi del racconto» (Archetipolibri, 2009) è una raccolta di saggi di diversi autori, che agiscono in diversi campi: dalla letteratura (alta e di consumo) ai media, dai testi orali alle arti, dal marketing alle terapie mediche.
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Nell'introduzione Stefano Calabrese scrive: «L'uomo è sempre un homo narrans" proprio in quanto la narratività costituisce uno strumento cognitivo in grado di fornire modelli di comprensione concettuale delle situazioni». Rispetto agli anni dello strutturalismo e della semiologia, la narratologia da ultimo ha assunto anche una dimensione neuroscientifica e cognitivista. Il racconto è visto come una strategia di «problem-solving». I temi presenti nel racconto sono visti come «unità strutturate e dinamiche di contenuto in grado di esercitare un'azione strutturante sulle dimensioni spazio-temporali e sulla grammatica dell'agire comunicativo dell'uomo, la mente è divenuta la principale protagonista e il garante ultimo della narratività».
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Nel primo saggio David Herman, un'autorità nel campo della neuronarratologia, invita gli studiosi di stile a dialogare con gli scienziati, perché esiste un'«intelligenza narrativa», in base alla quale il lettore interagisce con il testo.
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Esistono insiemi sequenziali di eventi, sia mentali sia fisici, strutturati culturalmente e formalmente: sono detti «scripts» e guidano i lettori nell'interpretare situazioni, partecipanti e avvenimenti.
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Questi «scripts» non sono fissati una volta per tutte: «il testo può a sua volta costringere i lettori o gli ascoltatori a modificare o spostare i modelli interpretativi cui si sono affidati fino a quel momento».
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Nel secondo saggio L.
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Zunshine si domanda: «perché ad alcuni lettori piacciono i gialli?».
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Risposta: perché provano il desiderio «di prolungare i piaceri della situazione misteriosa».
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Il lettore di una «detective story» è messo continuamente alla prova: sulla base di indizi deve cercare di sviluppare al massimo l'informazione (o rappresentazione).
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C'è una spiegazione che è «buona per ora», ma che dovrà essere corretta, confermata, smentita, più volte (se il caso lo richiede).
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Questa «metarappresentazione» opera attivamente nella «detective story», assai meno nel romanzo «normale».
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Nella «detective story» un bugiardo o più bugiardi mettono a dura prova la capacità del lettore di penetrare nel cervello di uno o di più personaggi: la «mind-reading» richiede un certo impegno.
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Agli inizi il romanzo giallo aveva una struttura gerarchica e un fine rassicurante; il suo fine recondito era quello di «tenere sotto controllo le forze potenzialmente anarchiche scatenatesi con la riforma democratica».
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Al lettore non era permesso accedere ai pensieri riposti del detective, personaggio un po' misterioso, sempre assorto nei suoi problemi, privo di sentimenti.
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In seguito le cose sono cambiate: il detective è diventato umano: ora rivela al lettore i suoi pensieri, i suoi sentimenti; tal volta diventa appassionato, romantico... e s'innamora.
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Questo passaggio è un esempio dell'«evoluzione della nostra architettura cognitiva».
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Un esempio tra i tanti che si potrebbero ritrovare nei saggi, che compongono questo volume, sempre scientificamente fonda to, ma ricco, a tempo stesso, di storie interessanti, istruttive e divertenti.

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