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LITALIANO SCRITTO, SEMPRE PIÙ «DROGATO» DAL SIMIL-PARLATO

Language columnPlurilingua
AuthorMaurizio Dardano
Date 03 febbraio 2009


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Presentando a Londra la traduzione del suo romanzo Come Dio comanda, Niccolò Ammaniti ha fatto una dichiarazione sulla quale è opportuno riflettere. A quanto riferiscono i giornali le cose sono andate così. Durante la presentazione all'Istituto di cultura italiana una signora del pubblico domanda: «Le è piaciuta la traduzione inglese?». Risposta dello scrittore: «, eccome. A giudicare dalle ottime recensioni, mi domando se il traduttore non abbia addirittura migliorato il romanzo». Certamente bisogna essere grati ai traduttori, che svolgono un lavoro difficile: soprattutto quando si tratta di rendere in un'altra lingua il nostro colorito e imprevedibile italiano parlato. Ma, scambi di gentilezze e di complimenti a parte, bisogna essere chiari. A me sembra che la risposta di Ammaniti susciti qualche perplessità per almeno due ragioni: 1) lo scrittore un giudizio sulla traduzione inglese fondandosi, non su una lettura diretta del testo, ma sulle recensioni. Diciamo che si fida dei recensori, ma non si preoccupa di controllare se la traduzione è fedele, efficace, espressiva ecc.; 2) riconoscere che la traduzione è migliore dell'originale significa ammettere che quest'ultimo presenta qualche difetto che il traduttore ha eliminato. Sarebbe utile conoscere quali sono, secondo l'autore, tali difetti. Qui mi sembra che ritorni un fenomeno frequente nel nostro orizzonte civile e culturale: la proclamazione della superiorità dell'inglese sull'italiano. Poiché è un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani o coloro che si sentono giovani, io proporrei una semplice etichetta: «anglomania juvenilis». In verità, ci sono illustri precedenti. È accaduto a più riprese che noti personaggi del mondo della cultura si siano impegnati in volenterosi lodi della lingua inglese (la cui conoscenza, ahinoi, è attestata in Italia su livelli piuttosto modesti, rispetto ad altri Paesi dell'Europa occidentale). Nel 1980 il sociologo Francesco Alberoni proponeva di abbandonare l'italiano, negli usi pubblici, a favo-

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re dell'inglese. Nel corso di un’intervista rilasciata del 1996 Gino Paoli dichiarò: «Di fronte a questa canzone mi sono scontrato con un problema nuovo: As time goes by è un motivo strettamente legato a Casablanca, quintessenza del romanticismo, di un concetto alto d'amore non come possesso ma come supremo sacrificio per la persona amata. Ebbene, ho scoperto che la lingua italiana non era abbastanza romantica per cantare tutto questo. E ho dovuto ricorrere al napoletano». Affermazione che lo scrittore Erri DeLuca avrebbe certamente sottoscritto: il napoletano sa dire cose che l'italiano non può dire.

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Potrei citare altre illustri testimonianze. Ma mi fermo qui, perché un dubbio mi assale. Non sarà per caso che a questo disgusto per l’italiano dia il suo contributo negativo un uso non buono dell'italiano e perfino una conoscenza per così dire non ottimale della nostra lingua? In effetti la lingua della nostra più recente narrativa appare, nella maggior parte dei casi, «drogata» da robuste iniezioni di parlato informale, di simil-parlato, che vorrebbe rendere il senso di un autentico, di un reale guadagnato a buon mercato e che invece diventa spesso il segno di una debole retorica postmoderna.

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Anni fa, molto opportunamente, il linguista Gian Luigi Beccaria mise in luce una «pressione dissestante dell’orale sullo scritto»: fenomeno che ha fatto seguito all’avvicinamento tra i due piani del parlato e dello scritto e che in Italia è avvenuto con ritardo rispetto ad altri paesi dell'Europa occidentale. All'ondata di parlato-informale-autentico mossa dai giovani scrittori gli editor delle case editrici (i loro interventi si sono infittiti negli ultimi tempi) hanno tentato di opporre qualche rimedio: ma l'ondata non si lascia «calmierare». E così il romanzo di Ammaniti comincia con la più celebre esclamazione, , proprio quella! posseduta dall'italiano. Il traduttore inglese sarà riuscito a migliorarla?


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