Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Sarebbe proprio una bella idea se in una delle nostre facoltà di Lettere si assegnasse una tesi dal titolo: «Italiano e dialetti nell'estate del 2009». La ricerca dovrebbe avere la sua base nella stampa (quotidiani e settimanali) con qualche escursione nei telegiornali.
Si potrebbe cominciare immaginando una divisione del campo. I testi che nei mesi scorsi hanno affrontato la suddetta questione si possono distinguere in tre gruppi: 1) testi goliardici, 2) testi disinformati, 3) testi seri. Qui di seguito mi proverò a dare qualche esempio.
«Testi goliardici» sono, per esempio, quelli prodotti da coloro che sostengono la necessità di un'informazione d'interesse nazionale in dia- letto: quindi un quotidiano in dialetto, un telegiornale in dialetto, discorsi assembleari in dialetto e così via.
La cosa più interessante (provare per credere) è considerare attentamente come dovrebbero essere tradotti in un dialetto (o pseudodialetto egemone) i termini tecnici della politica, dell'economia, delle scienze e delle tecniche. Tanto per cominciare, si potrebbe provare con «gabbie salariali» e con «contrattazione decentrata» in bergamasco, bellunese, barese e siciliano.
Tra i «testi disinformati» spiccano le affermazioni di coloro che credono in buona fede all'esistenza di un unitario «dialetto lombardo», di un unitario «dialetto veneto» e così via, mentre è ben noto che esistono i «dialetti lombardi», i «dialetti veneti» ecc. ecc.
In mala fede sono invece quegli amministratori locali che sfruttando tale ignoranza chiedono fondi per comporre impossibili dizionari del lombardo, del veneto o per trasformare ogni sagra della polenta o della castagna in evento culturale e linguistico. Nella società di oggi i dialetti «fanno audience», fanno simpatia, fanno voti e fanno soldi.
E così, con la scusa della difesa del territorio, delle radici, del «dialetto-più-autentico-della-lingua», del «questo-si-può-dire-in-dialetto-ma-non-si-può-dire-in-italiano» ecc. ecc. si attingono ai fondi europei dedicati alla difesa delle varietà linguistiche locali e minoritarie, fondi spesso distribuiti indiscriminatamente con qualche leggerezza. Rispondendo a una lettrice ben informata sui fatti suddetti, Corrado Augias confessa di aver ignorato a lungo che «la ricerca sui dialetti diventa in realtà una ricerca di fondi comunitari» (la Repubblica del 6 settembre). In Italia anche le persone colte non conoscono a fondo la politica della lingua e dei dialetti con tutti i suoi annessi e connessi.
Per quanto riguarda i «testi seri», vale a dire informati sulla storia e sulla situazione linguistica del nostro Paese, ve ne sono stati molti, per fortuna. Mi limito a segnalare un articolo di Vittorio Messori «Italiano, una lingua democratica» (Corriere della sera del 19 agosto), in cui, contro il ferragostano tormentone leghista del rapporto tra italiano e dialetti locali, si ricorda una cosa molto importante.
A differenza del francese, del castigliano, dell'inglese, del russo e del mandarino, tutte lingue che si sono imposte con la forza, «due sole grandi lingue, divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti: il tedesco e l'italiano». Hanno trionfato, la prima grazie alla Bibbia di Lutero, la seconda grazie ai nostri grandi scrittori del Trecento. Entrambe, quindi, lingue democratiche. E pertanto: meditate, gente, meditate.
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