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La lettera di Carlo Geloso di Torino è di quelle che possono sollecitare l'amor proprio di chi tiene una rubrica come questa che conduco su FC. Il lettore mi fa sapere che mesi fa, nel corso di una trasmissione radiofonica di Radiotre (“Vocabolariando”), si è parlato di me come dell'“introduttore” del neologismo elettrolettera al posto di email. In quell'occasione si è discusso dell’etimologia di questo nuovo termine, del modo con cui l'ho formato. Non nascondo che ogni linguista ha l'ambizione di coniare una parola nuova per la propria lingua. Il mio maestro Gian Luigi Beccaria si vanta a volte (lui così schivo) di aver lanciato il pensatoio durante “Campanile sera”. Bruno Migliorini riuscì a imporre il bellissimo regista al posto di régisseur prestito francese, e collaborò a imporre autista per chauffeur. Ce la farà l'elettrolettera? Io stesso sono un po' scettico di fronte alla mia trovata. Non mi pare che il termine vada imponendosi, ciò che è necessario nel caso di innovazioni linguistiche, le quali si affermano solo grazie al consenso collettivo. L'email domina al punto che io stesso non ho il coraggio di usare davvero e sempre elettrolettera, oltre al resto parola un po' troppo lunghetta. Se provassimo con elettera, magari nella grafia e-lettera?
Di padre in figlio
Già tempo fa ebbi modo di discorrere con il lettore Nereo Liverani di Firenze sulla legittimità dell'espressione “da padre in figlio” usata al posto di “di padre in figlio”. Risposi allora motivando la mia scelta per la correlazione “di...in” in nome della tradizione letteraria, che ci indica quella soluzione, non l‘altro. Ora il lettore torna a scrivermi per difendere la “modernità” di “da...in”, che sarebbe meno ripetitivo. Ciò che viene giudicato ripetitivo, a me pare contrario alla simmetria, e quindi ribadisco la mia scelta, questa volta non in nome del principio di autorità degli “scrittori approvati”, come si diceva un tempo, ma in nome della logica, del sistema e dell’esprit de géométrie. Ritengo sia più elegante dire “di padre in figlio”, così come si dice, per converso, “da cantica a cantica”. Di è correlativo a in, da lo è ad a.
Perdere la Trebisonda
Quando ci siamo soffermati su questo modo di dire, ben vivo, ma di incerta etimologia, diversi lettori hanno cercato di aiutarci nella spiegazione della sua origine. Abbiamo riconosciuto l'interesse dell'ipotesi che lo riporta ai poemi cavallereschi medievali, pur sollevando dubbi, per il fatto che il modo di dire non ha attestazioni antiche note. Va però ribadito che la spiegazione raccolta da Giovanna De Marco, udita da una guida, durante il viaggio in Turchia (cioè: il faro di Trebisonda, che guida i naviganti nel Mar Nero), è frutto di fantasia (ci sono fin troppi fari nel Mediterraneo, più celebri di quello di Trebisonda). Anche la colta spiegazione, proposta da un lettore romano che non si firma, non mi convince. Il lettore pensa all’Anabasi di Senofonte, e alla funzione salvifica di Trapezunte, poi Trebisonda. Perché non si sarebbe imposto, allora, il nome greco? Per via delle traduzioni, pensa il mio interlocutore. Ma molte traduzioni avranno appunto conservato il nome greco, e le altre non saranno state così celebri e popolari da imporre un modo proverbiale che del resto compare solo in epoca moderna. A mio giudizio il suono un po’ favoloso di “Trebisonda” ha una parte non irrilevante nella fortuna del modo di dire.
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