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Il battesimo dell’elettrolettera

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 29 novembre 1998


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La lettera di Carlo Geloso di Torino è di quelle che possono sollecitare l'amor proprio di chi tiene una rubrica come questa che conduco su FC.
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Il lettore mi fa sapere che mesi fa, nel corso di una trasmissione radiofonica di Radiotre (Vocabolariando), si è parlato di me come dell'introduttore del neologismo elettrolettera al posto di email.
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In quell'occasione si è discusso dell’etimologia di questo nuovo termine, del modo con cui l'ho formato.
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Non nascondo che ogni linguista ha l'ambizione di coniare una parola nuova per la propria lingua.
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Il mio maestro Gian Luigi Beccaria si vanta a volte (lui così schivo) di aver lanciato il pensatoio durante Campanile sera.
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Bruno Migliorini riuscì a imporre il bellissimo regista al posto di régisseur prestito francese, e collaborò a imporre autista per chauffeur.
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Ce la farà l'elettrolettera?
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Io stesso sono un po' scettico di fronte alla mia trovata.
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Non mi pare che il termine vada imponendosi, ciò che è necessario nel caso di innovazioni linguistiche, le quali si affermano solo grazie al consenso collettivo.
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L'email domina al punto che io stesso non ho il coraggio di usare davvero e sempre elettrolettera, oltre al resto parola un po' troppo lunghetta.
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Se provassimo con elettera, magari nella grafia e-lettera?
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Di padre in figlio
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Già tempo fa ebbi modo di discorrere con il lettore Nereo Liverani di Firenze sulla legittimità dell'espressione da padre in figlio usata al posto di di padre in figlio.
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Risposi allora motivando la mia scelta per la correlazione di...in in nome della tradizione letteraria, che ci indica quella soluzione, non laltro.
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Ora il lettore torna a scrivermi per difendere la modernità di da...in, che sarebbe meno ripetitivo.
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Ciò che viene giudicato ripetitivo, a me pare contrario alla simmetria, e quindi ribadisco la mia scelta, questa volta non in nome del principio di autorità degli scrittori approvati, come si diceva un tempo, ma in nome della logica, del sistema e dell’esprit de géométrie.
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Ritengo sia più elegante dire di padre in figlio, co come si dice, per converso, da cantica a cantica.
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Di è correlativo a in, da lo è ad a.
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Perdere la Trebisonda
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Quando ci siamo soffermati su questo modo di dire, ben vivo, ma di incerta etimologia, diversi lettori hanno cercato di aiutarci nella spiegazione della sua origine.
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Abbiamo riconosciuto l'interesse dell'ipotesi che lo riporta ai poemi cavallereschi medievali, pur sollevando dubbi, per il fatto che il modo di dire non ha attestazioni antiche note.
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Va però ribadito che la spiegazione raccolta da Giovanna De Marco, udita da una guida, durante il viaggio in Turchia (cioè: il faro di Trebisonda, che guida i naviganti nel Mar Nero), è frutto di fantasia (ci sono fin troppi fari nel Mediterraneo, più celebri di quello di Trebisonda).
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Anche la colta spiegazione, proposta da un lettore romano che non si firma, non mi convince.
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Il lettore pensa all’Anabasi di Senofonte, e alla funzione salvifica di Trapezunte, poi Trebisonda.
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Perché non si sarebbe imposto, allora, il nome greco?
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Per via delle traduzioni, pensa il mio interlocutore.
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Ma molte traduzioni avranno appunto conservato il nome greco, e le altre non saranno state così celebri e popolari da imporre un modo proverbiale che del resto compare solo in epoca moderna.
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A mio giudizio il suono un po’ favoloso di Trebisonda ha una parte non irrilevante nella fortuna del modo di dire.

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