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Ernesto Giannini di Genova mi dice che il radiocronista Verna durante l'incontro Napoli-Empoli avrebbe definito affettata la traiettoria del pallone. Neologismo sportivo? Spiritosa invenzione? - si chiede il lettore. Mi pare un uso raffinato, stilisticamente rilevante, anche se inconsueto, per designare una traiettoria calcolata in maniera speciale, un tiro tecnicamente difficile. Aggettivo non banale, certo: lo stile è appunto scarto dalla norma, uscita dalla dimensione comune.
Tabù e frutta
Ricordate lo spiritoso signor Curiosini, quello che l’anno passato ci sfidava a spiegare il maschile del frutto del fico, convinto di gettarci nel panico? Rispondemmo senza preoccupazioni. Ora l'avv. Antonio Caratzu di Oristano fa notare, come codicillo a quella discussione, che non è poi così insolito trovare frutti maschili: il dattero, il limone, l'ananasso... Certo. Tuttavia è vero che sul fico ha pesato un tabù linguistico, come scrivemmo. Del resto è il tabù che ancora pesa, irrisolto, sul signor Curiosini.
Essere collaborati da...
Interessantissima la segnalazione di Adelia Belmondo di Torino, la quale mi spedisce un organigramma di non so quale ditta o società, in cui compare il verbo collaborare al passivo: “l'ing. Ruzzuti è collaborato dall’arch. Longhin”. Collaborare è verbo intransitivo, e come tale non può avere il passivo. Eppure sono quasi sicuro che l’innovazione non è isolata. Deriva da una sovrapposizione di collaborare e di coadiuvare (questo sì, transitivo).
Composti di dire
Adriana Baggi di Milano ricorda che tempo fa discutemmo sulla classificazione di dire nella seconda o nella terza coniugazione, e prende lo spunto da quel dibattito per lamentare che Piero Negri su FC 34/1997, p. 115, abbia usato indirono al posto del regolare indissero. È un errore simile a malediamo per malediciamo, osserva la lettrice, e ha pienamente ragione, perché i composti di dire si coniugano come dire, e quindi devono ricollegarsi a dissero e diciamo (dirono non esiste, e diamo è forma del verbo dare, per cui malediamo vale “diamo il male”, non “diciamo maledizioni”). La lettrice ha ragione, anche se si vede bene che queste forme errate vanno imponendosi gradatamente, perché la gente ormai non si accorge più che quei verbi sono composti di dire, e li sente come completamente indipendenti, dunque li normalizza. Si tratta, per ora, di forme semicolte, respinte dalla norma.
Andrea: donna o uomo?
Rosanna Lazzari di Sabbio Chiese (Brescia), mesi fa, mi ha chiesto consiglio per la scelta del nome del suo nascituro. Credo che il mio ritardo nella risposta rischi di renderla ormai inutile. Meglio così, forse, perché non voglio influenzare troppo le mamme, con la mia preferenza peri nomi tradizionali (i miei figli si chiamano Anna e Marco! Niente Deborah, Christian e altri esotismi, scelte assolutamente fuori luogo, per i miei gusti). Nella nostra tradizione Andrea è maschile, nonostante finisca in-a. Nella tradizione anglosassone il nome va bene per tutti: “boy's or girl’s given name”, secondo il Webster (e un given name è “a name given to a person at birth or at baptism”).
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