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Il lettore Michele Petruzziello di Salerno ha trovato il FC n.13 pag. 31, in un articolo firmato da Mario Casari la seguente frase: «… si indirono dei referendum popolari». Mi scrive per sapere se ritengo che il verbo indire possa essere coniugato in quel modo. Tutte le fonti normative, con coerenza, senza voci discordanti (una volta tanto!), ribadiscono che indire si coniuga come dire; quindi dissero, e indissero. E quanto si trova anche nel nuovissimo cd-rom dello Zingarelli (Zanichelli editore), che ora è stato potenziato, così da suggerire anche la flessione di tutte le forme, verbi compresi. Come mai un giornalista valente come Casari ha sbagliato? Probabilmente non si tratta di un errore solo suo. Si sta perdendo il sentimento della natura di indire, composto da in più dire (in è prefisso di luogo e intensivo; si pensi a in-sistere). Indire acquista così un valore tecnico indipendente, e si regolarizza secondo la morfologia dei verbi in -ire, slegandosi dal verbo irregolare dire che l’aveva originato. Come abbiamo salirono da salire, avremo indirono da indire. Al linguista interessa cogliere processi in atto come questo, i quali a volte mostrano la strada che la lingua prenderà in futuro. Con tutto ciò, non voglio certo giustificare la svista di Casari. Anzi, proprio per mostrare a tutti la mia assoluta severità, voglio dirvi che nella frase incriminata c’è anche un altro errore: l’uso partitivo “alla francese”. In italiano perfetto, la frase sarebbe stata così: «si indissero referendum popolari». Via il dei.
Ringraziamenti
Ringrazio Aldo Milanesi di Casalpusterlengo (Lodi), che mi ha fatto avere il suo bel libro intitolato Colgo l'occasione per... Antologia della “Bassa”, un volume ricco di espressioni dialettali, raccolte con attenzione alla vita popolare e alle tradizioni del passato. Il libro esce sotto il patrocinio della Pro Loco di Casalpusterlengo. Ringrazio anche Franco Mosino, studioso di onomastica, che mi ha fatto avere il suo volumetto intitolato Storie di cognomi italiani (Laruffa editore). Vedo che il libro di Franco Mosino è proposto in una pagina di Internet, all’indirizzo www.calnet.it/Laruffa.
L'italiano nuovo non è blindato
Il prof. Luigi Guareschi di Lecco mi ha spedito un ritaglio del Corriere della Sera, in cui spicca il titolo di prima pagina: “Serial killer, scatta l'emergenza. Stazioni e treni blindati in Liguria...” Il lettore, persona colta e raffinata, è stato colpito dall'uso inconsueto di blindato, che qui non sta per “rivestito di corazza protettiva”, ma ha valore metaforico (“chiuso ermeticamente”). In quel titolo di giornale ci sono molti elementi dell'italiano di oggi: l’anglismo (il serial killer), la sintassi nominale che fa a meno del verbo, e anche l'uso metaforico di blindato. Altro che il treno! Quando una parola ha fortuna, il suo uso si diffonde in contesti ben più larghi del significato originario. Nel linguaggio giornalistico si dice persino che c'è la finanziaria blindata, e ciò quando la maggioranza fa quadrato per proteggere la legge finanziaria dagli emendamenti dell'opposizione. Questo linguaggio non è impreciso, come ipotizza il lettore. O meglio, il margine di incertezza è quello tipico di ogni forma di metafora, come quando dico (scelgo apposta metafore mediche, perché il lettore è radiologo) che le arterie del traffico scoppiano, o che si arriverà ad un collasso della circolazione.
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