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Indirono le elezioni

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 20 dicembre 1998


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Il lettore Michele Petruzziello di Salerno ha trovato il FC n.
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13 pag.
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31, in un articolo firmato da Mario Casari la seguente frase: « si indirono dei referendum popolari».
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Mi scrive per sapere se ritengo che il verbo indire possa essere coniugato in quel modo.
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Tutte le fonti normative, con coerenza, senza voci discordanti (una volta tanto!), ribadiscono che indire si coniuga come dire; quindi dissero, e indissero.
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E quanto si trova anche nel nuovissimo cd-rom dello Zingarelli (Zanichelli editore), che ora è stato potenziato, così da suggerire anche la flessione di tutte le forme, verbi compresi.
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Come mai un giornalista valente come Casari ha sbagliato?
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Probabilmente non si tratta di un errore solo suo.
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Si sta perdendo il sentimento della natura di indire, composto da in più dire (in è prefisso di luogo e intensivo; si pensi a in-sistere).
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Indire acquista così un valore tecnico indipendente, e si regolarizza secondo la morfologia dei verbi in -ire, slegandosi dal verbo irregolare dire che l’aveva originato.
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Come abbiamo salirono da salire, avremo indirono da indire.
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Al linguista interessa cogliere processi in atto come questo, i quali a volte mostrano la strada che la lingua prenderà in futuro.
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Con tutto ciò, non voglio certo giustificare la svista di Casari.
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Anzi, proprio per mostrare a tutti la mia assoluta severità, voglio dirvi che nella frase incriminata c’è anche un altro errore: l’uso partitivo alla francese.
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In italiano perfetto, la frase sarebbe stata così: «si indissero referendum popolari».
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Via il dei.
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Ringraziamenti
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Ringrazio Aldo Milanesi di Casalpusterlengo (Lodi), che mi ha fatto avere il suo bel libro intitolato Colgo l'occasione per...
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Antologia della Bassa, un volume ricco di espressioni dialettali, raccolte con attenzione alla vita popolare e alle tradizioni del passato.
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Il libro esce sotto il patrocinio della Pro Loco di Casalpusterlengo.
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Ringrazio anche Franco Mosino, studioso di onomastica, che mi ha fatto avere il suo volumetto intitolato Storie di cognomi italiani (Laruffa editore).
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Vedo che il libro di Franco Mosino è proposto in una pagina di Internet, all’indirizzo www.calnet.it/Laruffa.
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L'italiano nuovo non è blindato
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Il prof.
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Luigi Guareschi di Lecco mi ha spedito un ritaglio del Corriere della Sera, in cui spicca il titolo di prima pagina: Serial killer, scatta l'emergenza. Stazioni e treni blindati in Liguria... Il lettore, persona colta e raffinata, è stato colpito dall'uso inconsueto di blindato, che qui non sta per rivestito di corazza protettiva, ma ha valore metaforico (chiuso ermeticamente).
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In quel titolo di giornale ci sono molti elementi dell'italiano di oggi: l’anglismo (il serial killer), la sintassi nominale che fa a meno del verbo, e anche l'uso metaforico di blindato.
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Altro che il treno!
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Quando una parola ha fortuna, il suo uso si diffonde in contesti ben più larghi del significato originario.
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Nel linguaggio giornalistico si dice persino che c'è la finanziaria blindata, e ciò quando la maggioranza fa quadrato per proteggere la legge finanziaria dagli emendamenti dell'opposizione.
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Questo linguaggio non è impreciso, come ipotizza il lettore.
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O meglio, il margine di incertezza è quello tipico di ogni forma di metafora, come quando dico (scelgo apposta metafore mediche, perché il lettore è radiologo) che le arterie del traffico scoppiano, o che si arriverà ad un collasso della circolazione.

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