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Esperanto obbligatorio. Ma quale?

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 15 aprile 1998


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Le pur brevi osservazioni sull’esperanto comparse nella nostra rubrica hanno sollecitato l’intervento di diversi sostenitori di questa lingua, i quali reagiscono negativamente di fronte all’affermazione che si tratti di una lingua artificiale. Se cercherete la voce esperanto nel Dizionario di linguistica diretto da G.L. Beccaria, edito da Einaudi, troverete appunto un rinvio a Lingua artificiale. Il paragrafo sull’esperanto in The Cambridge Encyclopedia of Language, tradotta in italiano a cura di P.M. Bertinetto per l’editore Zanichelli, sta nel capitolo Lingue artificiali. Inutile, quindi, prendersela con la nostra rubrica, la quale ha semplicemente assunto un dato di fatto scontato. Tra coloro che hanno scritto, c’è Federico Gobbo, di 23 anni, laureando in Esperantologia presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Torino. «Non c’è dubbio che l’esperanto sia stato creato a tavolino, nel 1887, più di cento anni fa», scrive Federico nella sua intelligente e gentilissima lettera. «Tuttavia la locuzione lingua artificiale, di matrice anglofona, è quanto mai ambigua, perché accomuna le lingue inventate ai linguaggi di programmazione per compiuter (non è un errore di battitura) e fa pensare a qualcosa di freddo, meccanico, morto. Già Bruno Migliorini spiegava che tutte le lingue hanno qualcosa di artificiale, e l’esperanto è solo un po’ più artificiale delle altre. Inoltre, Alessandro Bausani nel suo Le lingue inventate ha mostrato come l’invenzione linguistica sia qualcosa di estremamente naturale! Dal tedesco Plansprache in interlinguistica si è affermato negli anni Settanta il termine lingua pianificata: esso rimanda a quelle lingue ad alto grado di pianificazione come il malese indonesiano, il kiswahili e il neoebraico. È la nostra cultura occidentale che considera la lingua qualcosa di naturale (come fosse una piantina), quando invece è il prodotto culturale per eccellenza (perciò arte-fatto, cioè fatto ad arte dall’uomo)!». Flavia Dal Zilio, vicepresidente della Gioventù Esperantista Italiana, chiede al nostro Direttore: «Trova giusto che la Comunità Europea, con tanti popoli di grande cultura, sia ancora succube dell’uso dell’inglese?». In maniera analoga, lo studente Federico Gobbo afferma: «Un’occasione forse unica è rappresentata dall’Unione Europea: da un lato la parità linguistica, dall’altro gli alti costi, impongono la scelta di una lingua tetto come ponte per le traduzioni e da insegnare nelle elementari come prima lingua straniera. Questa lingua non può essere l’inglese, l’italiano, perché scelte simili avvantaggerebbero alcuni a scapito di altri. L’esperanto è qui più che collaudato, senza problemi teorici rilevanti». Per finire, vi propongo una lettura: il Dizionario delle lingue immaginarie edito da Zanichelli, in cui troverete l’esperanto, l’esperanto II, l’esperanto rifornita, l’Ido, il Nov-Ido, l’esperanto simpligita, l’Esperantuisho, il Nov-esperanto, il Latin-esperanto Tra tanti esperanti, quale sceglieremo?

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La metropolitana abbreviata

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G.C. di Salerno, che preferisce l’anonimato, se la prende con il vocabolario Zingarelli, che avrebbe registrato solo la voce métro per metropolitana, ciò che comporterebbe la confusione con l’unità di misura. In realtà lo Zingarelli registra anche la voce metrò, alla francese, ma il lettore è stato depistato dalla grafia. Lo Zingarelli mette a lemma mètro, dove la e porta accento acuto, ad indicare la pronuncia stretta, secondo la grafia d’oltralpe. Subito dopo il vocabolario zanichelliano la trascrizione fonetica, tra due barre: /me’tRo/; l’apostrofo precede la sillaba tonica, e la R in maiuscoletto è uvulare.


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