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È sorto un curioso equivoco. Molte lettere, infatti, mi rimproverano per la risposta data alla signora Boarini, la quale – ricorderete – voleva che difendessi il suo modo di contare gli anni, scalandone uno a ogni compleanno. Chiedo scusa a tutti i lettori, e in particolare a Stefano Nicotra, Giovanni Malinverni, Odino dell’Oste, Renata Rastello, Michela Lanzotti, Girolamo La Lampa, Ornella Gavasso, Alessandro Maggia e Elio Allocco per aver dato involontariamente l’impressione (se pur l’ho data!) di ritenere giusto questo modo di contare gli anni. In realtà io mi ero soffermato sulla spiegazione etimologica del termine “compleanno” proprio per far notare (con un po’ di garbo) che le cose stavano diversamente. Molti dei lettori che ho menzionato insistono sul fatto che nessuno ha mai contato gli anni come la signora Boarini. Eppure mi è giunta un’altra lettera analoga, di Ester Piccolboni di Verona, la quale fa il conto proprio allo stesso modo. M. Pusinieri di S. Giorgio Lomellina, inoltre, dice di aver imparato a contare gli anni in maniera diversa dalla signora Boarini solo quando una collega le ha fatto notare l’errore. Quindi non è poi così raro incontrare gente che conta i compleanni come inizio e non come compimento.
Colloquialità narrativa
Non so perché Pietro Ribaudi si sia tanto stupito di trovare in un breve racconto scritto da “un professore” (cioè da una persona colta) espressioni come “gli fa” per “gli dice”, “sparare” per “dirla grossa”, “perdere colpi” per “non connettere”. Qui si tratta di scelte stilistiche, non di questioni grammaticali. Si tratta di usi colloquiali o di metafore comuni (come si sparano cannonate, così si “sparano” argomenti che stupiscono; come il motore a scoppio difettoso perde colpi, così “perde colpi” un uomo che non connette bene). Se queste scelte si giustificano nel contesto stilistico del racconto, non si può eccepire nulla. Un autore, per fortuna, è libero di ricercare gli effetti del parlato.
Gli accenti acuti
Padre Francesco Treccia di Gualdo Tadino (Perugia) non è un fedele lettore della rubrica, altrimenti non mi “solleciterebbe” a prendere posizione sull’uso degli accenti gravi e acuti (è, cioè, caffè, ma perché, affinché ecc.). Più volte ho insistito sul fatto che l’accento acuto o grave risponde a precise norme dell’italiano. Ho detto che il tipografo e il dattilografo devono sempre rispettare queste norme, mentre risulta meno importante distinguere l’accento acuto o grave nella grafia manuale, nella quale c’è un maggior margine di tolleranza. Nella stampa, però, non si transige. Del resto quasi tutti gli editori e quasi tutti i giornali importanti del nostro Paese si adeguano già a queste norme.
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