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Maarten Janssen, 2014-
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“Tre volte al dì”, secondo l’antica ricetta
Language column
Parlare e Scrivere
Author
Claudio Marazzini
Date
22
dicembre
1993
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[1]
Uno
studente
di
Vicenza
vuol
sapere
se
la
sua
professoressa
di
lettere
fa
bene
a
respingere
forme
del
tipo
“
alla
sera
”
,
“
al
mattino
”
,
“
una
volta
alla
settimana
”
,
e
ad
imporre
la
trasformazione
in
semplice
articolo
della
preposizione
articolata
.
[2]
Scriveva
Fornaciari
,
gran
purista
del
secolo
scorso
:
«
È
da
fuggirsi
il
dire
per
abitudine
alla
mattina
o
al
mattino
,
alla
sera
,
al
giovedì
»
.
[3]
In
questi
casi
la
miglior
tradizione
classica
della
nostra
lingua
opta
dunque
(
o
almeno
optava
)
per
un’
indicazione
temporale
diretta
,
senza
preposizioni
:
la
mattina
,
la
sera
,
il
giovedì
.
[4]
La
preposizione
“
a
”
,
anche
nelle
forme
articolate
,
può
avere
tuttavia
valore
temporale
.
[5]
In
tal
caso
,
però
,
indica
un
tempo
determinato
.
[6]
Ottimo
esempio
di
questa
norma
classica
è
il
seguente
,
trecentesco
,
di
G
.
[7]
Villani
:
«
La
mattina
al
fare
del
giorno
…
»
:
al
introduce
una
notazione
temporale
per
precisare
quella
iniziale
,
generica
.
[8]
Non
a
caso
“
a
”
si
usava
un
tempo
nelle
date
:
«
Alli
16
febbraio
»
;
e
si
usa
oggi
per
le
ore
del
giorno
(
alle
tre
)
.
[9]
Detto
ciò
,
osserviamo
che
nella
monolitica
compattezza
della
norma
classica
si
aprono
alcuni
spiragli
.
[10]
“
A
”
può
avere
anche
valore
temporale-causale
:
«
A
quelle
parole
si
irritò
»
;
può
equivalere
nel
:
«
Alla
primavera
,
la
villa
era
bellissima
»
,
«
Ai
tempi
del
nonno
…
»
.
[11]
La
lingua
moderna
accetta
più
largamente
“
a
”
temporale
con
valore
generico
:
«
Al
mattino
quest’
uomo
…
sogna
»
(
Pavese
)
.
[12]
Del
resto
esistono
alcune
attestazioni
antiche
di
quest’
uso
.
[13]
La
forma
elegante
sarà
comunque
quella
consigliata
dalla
professoressa
,
attestata
anche
a
livello
popolare
,
come
mostra
questo
proverbio
toscano
:
«
Chi
la
mattina
mangia
il
tutto/la
sera
canta
il
cucco
»
.
[14]
Quanto
alla
“
ripetizione
nel
tempo
”
,
la
tradizione
preferisce
l’
indicazione
diretta
:
“
tre
volte
il
dì
»
,
come
si
leggeva
nelle
vecchie
ricette
.
Ma
nella
bella
grammatica
di
Migliorini
La
lingua
nazionale
(
1941
)
,
pag
.
343
,
trovo
,
sotto
il
complemento
di
tempo
(
“
relazione
di
periodicità
”
)
,
il
seguente
esempio
:
«
Deve
prendere
la
medicina
due
volte
al
giorno
»
.
Migliorini
recepiva
in
questo
caso
la
tendenza
della
lingua
moderna
.
[15]
Implementare
e
implementazione
[16]
“
Implementare
”
,
la
parola
di
cui
mi
chiede
notizie
il
dott
.
[17]
Sergio
Zaza
,
viene
dall’
inglese
to
implement
,
a
sua
volta
dal
latino
implere
(
quanti
latinismi
nell’
inglese
!
)
.
[18]
Vuol
dire
(
seguo
la
definizione
dell’
aggiornatissimo
Zingarelli
1994
)
:
«
Rendere
operante
un
sistema
di
elaborazione
o
un
programma
,
a
partire
dal
progetto
,
attraverso
la
formalizzazione
dell’
algoritmo
risolutivo
,
la
codifica
in
un
linguaggio
di
programmazione
,
l’
esecuzione
e
la
verifica
»
.
[19]
Si
tratta
dunque
di
un
tecnicismo
dell’
informatica
,
che
però
ha
l’
aria
di
voler
uscire
dall’
ambiente
ristretto
degli
addetti
alla
programmazione
.
[20]
Quanto
più
avrà
fortuna
e
andrà
per
il
mondo
,
tanto
più
,
calandosi
nella
lingua
comune
,
perderà
il
suo
preciso
significato
,
diventando
un
termine
comune
e
generico
,
con
il
senso
di
“
definire
”
,
“
perfezionare
”
(
cfr
.
De
Felice-Duro
)
.
[21]
Capita
sempre
così
,
quando
i
tecnicismi
si
diffondono
al
di
fuori
del
loro
àmbito
originario
.
[22]
Ha
avuto
la
stessa
sorte
l’
input
,
“
inserimento
dati
”
,
che
ormai
vuol
dire
genericamente
“
avvio
”
,
“
spinta
”
,
persino
in
senso
psicologico
,
soprattutto
nel
linguaggio
dei
giovani
(
«
Sono
un
po’
giù
;
per
favore
,
dammi
un
input
»
)
.
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