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Con la locuzione all'impronta, che vale “improvvisando lì per lì”, l'impronta digitale proprio non c'entra, bisogna invece, rispondo al lettore Carlo S. di Foggia, risalire al latino in promtu, “sottomano, a portata di mano" (incrociato con l'italiano pronta, aggiunge il Devoto a cui gli “incroci” piacevano molto, tanto che li vedeva quasi dappertutto). L'impronta (in antico imprenta), per esempio appunto la digitale, è un derivato del verbo italiano improntare (anticamente imprentare) da un latino parlato imprimitare, a sua volta dal classico imprimere. È probabile che imprentare, e quindi improntare, sia arrivato a noi attraverso il francese empreindre, “imprimere” (anch'esso dal latino imprimitare); dal participio passato empreint i francesi hanno fatto empreinte, “impronta”. Tornando ora alla nostra locuzione all'impronta, notiamo che esiste anche la forma all'impronto, sempre col significato di “in modo estemporaneo, lì per lì, a prima vista”. Anche qui qualcuno vede un passaggio attraverso il francese: si tratterebbe della voce impromptu (naturalmente anch'essa dal latino in promptu) che significa “improvvisato, estemporaneo” e che, sviluppatasi in sostantivo maschile, ha poi assunto il valore di “improvvisazione musicale o poetica", nonché di “commedia a soggetto”; nel campo musicale noi abbiamo l'“improvviso”: “gli improvvisi di Chopin”. Non dimentichiamo che in italiano c'è anche l'aggettivo impronto che vale “insistente e indiscreto nel chiedere”: «Audace e impronto domandatore», scrive il Carducci, Giustamente Bruno Migliorini spiega che dalla facile disponibilità, dall'avere sottomano (vedi il citato latino in promptu) ciò che si vuole è breve il passo per arrivare all'ardire sfacciato, a quella che chiamiamo improntitudine. E ora la smetto con l'impronta, per non attirarmi la giusta accusa di impronto nell'abusare della pazienza dei lettori.
Bello
«I più bei sapori» legge G. Rossi di Roma su una pubblicazione e chiede: ma un sapore può essere “bello”? Qui dobbiamo pensare che l'aggettivo bello può coinvolgere molti concetti e che il suo campo d'azione è immenso, per esempio, il Boccaccio ci parla di «una bella cena»: certo belli potevano anche essere i commensali e le commensali, tuttavia noi diciamo tranquillamente: «Ieri abbiamo fatto una bella mangiata» ripensando esclusivamente a ciò che c'era sulla tavola, nei piatti che si susseguivano. Qualcuno dice anche che «il tale è proprio un bel furbo»; e tutti «a un bel momento» dobbiamo prenderci le nostre magari “belle” responsabilità. C'è spesso nell'aggettivo il valore della quantità, dell'abbondanza, sì che assume il senso di “grande”, di “notevole": una “bella somma”, “fa un bel caldo"; e a volte c'è perfino il significato di “decisivo”, come nel “bel momento” che abbiamo visto sopra. Così appare che belli non sono solo gli occhi di una fanciulla sognante; anche i sapori possono avere il loro posto adeguato nel vasto regno della bellezza; un “bel sapore” vorrebbe probabilmente suggerirci che si distingue perché è vigoroso, sano, buono, piacevole. Non ci resta che assaggiare.
Mazurca
«La mazurca va scritta con la k (mazurka) o va bene con la c?». È la domanda di Maria Parodi di Genova. Scriviamola tranquillamente con la nostrana c, visto che ne abbiamo fatto parola della lingua italiana: dal polacco mazurek, “della provincia di Mazuria"; e ovviamente scriveremo, al plurale, mazurche; lasciamo pure la mazurka alle lingue ricche di k, come per esempio l'incalzante inglese.
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