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Impronte

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 10 gennaio 1990


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Con la locuzione all'impronta, che vale improvvisando per , l'impronta digitale proprio non c'entra, bisogna invece, rispondo al lettore Carlo S. di Foggia, risalire al latino in promtu, sottomano, a portata di mano" (incrociato con l'italiano pronta, aggiunge il Devoto a cui gli incroci piacevano molto, tanto che li vedeva quasi dappertutto). L'impronta (in antico imprenta), per esempio appunto la digitale, è un derivato del verbo italiano improntare (anticamente imprentare) da un latino parlato imprimitare, a sua volta dal classico imprimere. È probabile che imprentare, e quindi improntare, sia arrivato a noi attraverso il francese empreindre, imprimere (anch'esso dal latino imprimitare); dal participio passato empreint i francesi hanno fatto empreinte, impronta. Tornando ora alla nostra locuzione all'impronta, notiamo che esiste anche la forma all'impronto, sempre col significato di in modo estemporaneo, per , a prima vista. Anche qui qualcuno vede un passaggio attraverso il francese: si tratterebbe della voce impromptu (naturalmente anch'essa dal latino in promptu) che significa improvvisato, estemporaneo e che, sviluppatasi in sostantivo maschile, ha poi assunto il valore di improvvisazione musicale o poetica", nonché di commedia a soggetto; nel campo musicale noi abbiamo l'improvviso: gli improvvisi di Chopin. Non dimentichiamo che in italiano c'è anche l'aggettivo impronto che vale insistente e indiscreto nel chiedere: «Audace e impronto domandatore», scrive il Carducci, Giustamente Bruno Migliorini spiega che dalla facile disponibilità, dall'avere sottomano (vedi il citato latino in promptu) ciò che si vuole è breve il passo per arrivare all'ardire sfacciato, a quella che chiamiamo improntitudine. E ora la smetto con l'impronta, per non attirarmi la giusta accusa di impronto nell'abusare della pazienza dei lettori.
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Bello
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«I più bei sapori» legge G.
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Rossi di Roma su una pubblicazione e chiede: ma un sapore può essere bello?
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Qui dobbiamo pensare che l'aggettivo bello può coinvolgere molti concetti e che il suo campo d'azione è immenso, per esempio, il Boccaccio ci parla di «una bella cena»: certo belli potevano anche essere i commensali e le commensali, tuttavia noi diciamo tranquillamente: «Ieri abbiamo fatto una bella mangiata» ripensando esclusivamente a ciò che c'era sulla tavola, nei piatti che si susseguivano.
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Qualcuno dice anche che «il tale è proprio un bel furbo»; e tutti «a un bel momento» dobbiamo prenderci le nostre magari belle responsabilità.
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C'è spesso nell'aggettivo il valore della quantità, dell'abbondanza, che assume il senso di grande, di notevole": una bella somma, fa un bel caldo"; e a volte c'è perfino il significato di decisivo, come nel bel momento che abbiamo visto sopra. Così appare che belli non sono solo gli occhi di una fanciulla sognante; anche i sapori possono avere il loro posto adeguato nel vasto regno della bellezza; un bel sapore vorrebbe probabilmente suggerirci che si distingue perché è vigoroso, sano, buono, piacevole. Non ci resta che assaggiare.
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Mazurca
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«La mazurca va scritta con la k (mazurka) o va bene con la c?».
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È la domanda di Maria Parodi di Genova.
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Scriviamola tranquillamente con la nostrana c, visto che ne abbiamo fatto parola della lingua italiana: dal polacco mazurek, della provincia di Mazuria"; e ovviamente scriveremo, al plurale, mazurche; lasciamo pure la mazurka alle lingue ricche di k, come per esempio l'incalzante inglese.

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