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Il lettore E. Silvestri di Padova ha udito alla televisione un “molto eccezionale” che lo lascia dubbioso: eccezionale non è uno di quegli aggettivi che non ammettono la compagnia di avverbi tendenti a modificarne, in più o in meno, il valore e la portata? In realtà eccezionale significa “che esula dalla normalità”; d'accordo, si può esulare più o meno, molto o poco, tuttavia resta il fatto che qualcosa (o qualcuno) o è eccezionale o è normale. Eccezionale ha ormai il significato di “straordinario, unico”, e qui il molto non va. C'è anche, per eccezionale, il valore di “oltre misura conveniente”: abbiamo infatti i “prezzi eccezionali” in occasioni varie, ma anche qui il molto è già assorbito dal senso dell'aggettivo che respinge l'aggiunta. Si può osservare che le parole, con l'uso, si deteriorano, come le banconote, e mentre queste ultime deteriorandosi non ampliano il valore (purtroppo un diecimila non diventa un centomila; può capitare magari il contrario con l'inflazione), i vocaboli spesso dilatano i significati, assumono sensi più generici, più ampi; per esempio il nostro bravo eccezionale è usato anche per “di grande valore”; ma anche qui è presente il concetto di superlativo e perciò il molto eventualmente aggiunto striderebbe come inutile e fuori posto.
Maschietta
Qui temo di finire nei pasticci perché la lettrice Lidia T. di Milano mi pone un quesito tecnico, su un lessico di linguaggio speciale, per giunta riguardante le barche, bellissimi aggeggi che però conosco quasi solo per averli visti galleggiare pigramente sulle acque dei laghi. Chiede dunque la lettrice: come si chiama quella specie di forcella in cui s'infila il remo? Un amico, aggiunge, sostiene che il suo nome è maschietta: è vero? Per fortuna nel 1889 il frate domenicano Alberto Guglielmotti, definito da Nino Bixio «il primo marino d'Italia» (dove marino sta ovviamente per marinaio), pubblicò il suo fondamentale Vocabolario marino e militare ino cui si spiega che le mastiette, cioè le maschiette, possono essere diverse cose, fra cui «le due parti che stringono in mezzo alcun oggetto» e anche «i due lati di un incastro», perciò si possono probabilmente chiamare così con ragione le due parti laterali della forcella di uno scalmo, fatto appunto, come dice il Guglielmotti, a forcella. Sui dizionari di oggi maschetta, da non confondersi con la maschieta, indica ciascuna delle due facce di una carrucola, fra le quali girano le pulegge, e indica anche ciascuna delle due mensole a sostegno dei tronchi superiori degli alberi delle imbarcazioni. E chi ne sa di più alzi la mano.
Autosilo
«Anni or sono era in voga autosilo, oggi invece si preferisce, mi sembra, usare parcheggio sotterraneo: c'era qualcosa di sbagliato nel primo vocabolo?». È la domanda del lettore G. Cattaneo di Milano. Nulla di errato, direi, se si accetta quell'auto- come abbreviazione di automobile (si è arrivati anche all’autodemolizione per la demolizione delle auto); il silo va benissimo perché è il greco siròs, da cui il latino sirus, deposito sotterraneo di vari prodotti agricoli; perciò il concetto di un ricovero sotterraneo era correttamente espresso. Si dice che oggi si tende alla brevità, a volte invece accade proprio il contrario; nel caso di parcheggio sotterraneo forse gioca la parola parcheggio, diffusa e dominante, araba fenice che gli automobilisti cittadini sognano ad occhi aperti; autosilo appare meno familiare e forse meno comprensibile. A Luisa T., Bari: stratego (più vicino al greco strategós) vivacchia, sempre più spintonato da stratega.
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