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Eco

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 28 marzo 1990


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Pino Tona di Milena, in Sicilia, mi manda una cartolina raffigurante Annecy (Alta Savoia) con una domanda adatta ad un contesto montano. «Ho visto scritto», dice, «un eco, il mio eco, o ancora la torre degli echi. Eco è maschile o femminile, o tutt'e due?». Ecco un esempio della caleidoscopica variabilità della lingua italiana: eco è, a piacere, maschile o femminile; al plurale, però, dovrebbe essere sempre maschile (ma la regola è stata violata, come tutte le regole). Al plurale hanno preferito il maschile autori come D'Annunzio e Montale. Bellissimo, di quest'ultimo, un verso di Carnevale di Gerti, nelle Occasioni: «I lievi echi si sfaldano giù dal ponte sul fiume». Sono gli echi (maschili) delle ocarine dei bambini. Inoltre, l'eco non di rado si camuffa. Lo stesso scrivente può non sapere se sta usando la parola al maschile o al femminile, senza per questo commettere errori: «Giungeva l’eco della sua voce...»; e persino con l'aggettivo: «Che forte eco!». Maschile o femminile?

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Ultrà

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Ancora una cartolina di Pino Tona, questa volta con le immagini della sua Milena, per chiedere notizie a proposito di ultra e ultras. E Durante la Rivoluzione francese fu usato il termine ultra-révolutionnaire, e dopo ebbe fortuna il suo contrario ultra-royaliste, ad indicare un monarchico più monarchico del re stesso. Il partito di questi conservatori e reazionari ebbe grande potere in Francia fino al 1830. Già all'inizio dell'Ottocento la parola era nota in Italia nel senso di estremista. Ultra (= oltre), è un elemento latino che sta all'inizio di diverse parole composte, come ultravioletti, ultrasuoni ecc. Però, nel significato politico, come abbiamo visto, è arrivato a noi dalla Francia; ciò spiega la pronuncia, con l'accento sull'ultima sillaba: ultrà. Dal significato politico la parola è passata oggi nel sottocodice giornalistico e sportivo per indicare i gruppi più fanatici delle tifoserie calcistiche. L'origine francese spiega anche il plurale in -s (un ultrà, gli ultras). Sulla conservazione della -s del plurale nelle parole di origine straniera ci sono opinioni diverse, ma i più ritengono legittimo abolirla.

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Gulielmo

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Non ho sbagliato a scrivere il nome di questo lettore. Si firma proprio così, Gulielmo (anziché Guglielmo) Baldessarri di Trento, per polemica, perché sostiene che si è stufato di una lingua balorda come l'italiano. Propone «un'operazione d'appendicite per correggere la nostra lingua», perché trova che non ci sia una rispondenza univoca e coerente tra la pronuncia dell'italiano e la sua grafia. Cita, sulla base della sua esperienza, il coniglio, che gli pare piuttosto un conilio. Ma non se la deve prendere con «la nostra lingua». Gran parte degli italiani, infatti, pronunciano proprio coniglio e Guglielmo. Siamo noi settentrionali (io sono piemontese, Guglielmo è di Trento) ad avere a volte questo tipo di incertezza. Essa deriva da una certa influenza dei dialetti locali sul modo di pronunciare l'italiano. Incerti altri casi ci troviamo di fronte alle pronunce dell'italiano regionale" (secondo la definizione dei linguisti). Non c'è affatto di che vergognarsene, ma non possono essere prese a pretesto per una riforma ortografica, visto che tanti altri italiani pronunciano in altro modo. Niente appendicectomia, dunque.


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