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La fiaccola sotto il moggio

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 18 aprile 1990


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Franco Zanotti di Archi (Reggio Calabria) chiede lumi su di una similitudine del vangelo di Matteo 5,15 (nel Discorso della montagna): «neque accendunt lucernam, et ponunt eam sub modio, sed super candelabrum, ut luceat omnibus qui in domo sunt. Sic luceat...» ( si accende la lampada, e si mette sotto il moggio; anzi si mette sopra il candeliere, perché faccia luce a tutti coloro che sono in casa. Così risplenda..."), passo che trova rispondenza in Marco 4,21 e in Luca 11,33.
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Porre una fonte di luce (come una lucerna o una lampada) sotto un recipiente rovesciato significa fermare quella luce o spegnerla per sempre: è un atto sbagliato e contro la logica, perché la luce deve risplendere e recare beneficio a tutti.
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Ciò vale anche per la luce spirituale.
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Il moggio di cui qui si parla è un'unità di misura antica, che serviva appunto a misurare il grano: aveva la forma di un recipiente di dimensione prestabilita.
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Il paragone evangelico, quindi, appartiene a quelle espressioni che, per il riferimento alla realtà quotidiana, agli oggetti della casa, al mondo contadino, hanno la forza impressiva delle parabole, cioè di quelle narrazioni usate per comunicare al popolo verità profonde in forma apparentemente semplice.
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Ciò spiega come mai questa espressione sia passata in proverbio.
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La traduzione alla quale si riferisce il lettore sostituisce però il termine fiaccola a lucerna o lampada; il senso è il medesimo, ma il sapore è dannunziano.
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Gabriele D'Annunzio, infatti, scrisse una tragedia intitolata La fiaccola sotto il moggio, ambientata nel suo Abruzzo, usando il detto di Cristo in una chiave, in questo caso, poco evangelica, per indicare la vendetta a lungo covata (ma non portata a termine) di Gigliola, la protagonista, privata in extremis del piacere di punire l'assassina della propria madre.
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Gigliola, nel finale, grida: «Spegnete le fiaccole... o uomini. Agitare io la mia nel mio pugno non potrei. Tutto fu in vano», La fiaccola ha qui la funzione dell’ascia di guerra dissotterrata dai pellirosse.
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Fine
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Ancora una risposta per Franco Zanotti di Archi: «Perché si dice che la vicenda ha avuto un lieto fine e non una lieta fine?».
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Perché nell'italiano moderno fine è maschile o femminile, ma non cambia di genere a capocchia, bensì assume una specializzazione di significato.
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Al femminile è il punto conclusivo di qualche cosa, sia in senso materiale che in senso spirituale: la fine del percorso, della strada, della vita.
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La morte, anche: «Che fine ha fatto, poveretto!».
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Al maschile significa piuttosto lo scopo, l'obiettivo di qualche cosa: «Il loro fine era buono».
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Significa ancora il risultato, l'esito, come nella clausola «Salvo buon fine» (maschile) che si usa per gli assegni incassati tramite banca.
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La frase citata dal lettore si riferisce all'uso letterario, nel significato di esito", conclusione di una storia, di un intreccio, di un dramma. In questo senso è maschile. Quanto ho detto vale per la lingua moderna: nell'italiano antico le cose stavano diversamente, e vi era una maggior presenza del maschile, in coerenza con l'uso migliore del latino. Questa tendenza è evidentissima in Dante: «Allor sarai al fin (maschile) d'esto sentiero» (Purg. IV, 94).

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