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Maarten Janssen, 2014-
Sentence view
La fiaccola sotto il moggio
Language column
Parlare e Scrivere
Author
Claudio Marazzini
Date
18
aprile
1990
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[1]
Franco
Zanotti
di
Archi
(
Reggio
Calabria
)
chiede
lumi
su
di
una
similitudine
del
vangelo
di
Matteo
5
,
15
(
nel
Discorso
della
montagna
)
:
«
neque
accendunt
lucernam
,
et
ponunt
eam
sub
modio
,
sed
super
candelabrum
,
ut
luceat
omnibus
qui
in
domo
sunt
.
Sic
luceat
.
.
.
»
(
“
né
si
accende
la
lampada
,
e
si
mette
sotto
il
moggio
;
anzi
si
mette
sopra
il
candeliere
,
perché
faccia
luce
a
tutti
coloro
che
sono
in
casa
.
Così
risplenda
.
.
.
"
)
,
passo
che
trova
rispondenza
in
Marco
4
,
21
e
in
Luca
11
,
33
.
[2]
Porre
una
fonte
di
luce
(
come
una
lucerna
o
una
lampada
)
sotto
un
recipiente
rovesciato
significa
fermare
quella
luce
o
spegnerla
per
sempre
:
è
un
atto
sbagliato
e
contro
la
logica
,
perché
la
luce
deve
risplendere
e
recare
beneficio
a
tutti
.
[3]
Ciò
vale
anche
per
la
luce
spirituale
.
[4]
Il
“
moggio
”
di
cui
qui
si
parla
è
un'
unità
di
misura
antica
,
che
serviva
appunto
a
misurare
il
grano
:
aveva
la
forma
di
un
recipiente
di
dimensione
prestabilita
.
[5]
Il
paragone
evangelico
,
quindi
,
appartiene
a
quelle
espressioni
che
,
per
il
riferimento
alla
realtà
quotidiana
,
agli
oggetti
della
casa
,
al
mondo
contadino
,
hanno
la
forza
impressiva
delle
parabole
,
cioè
di
quelle
narrazioni
usate
per
comunicare
al
popolo
verità
profonde
in
forma
apparentemente
semplice
.
[6]
Ciò
spiega
come
mai
questa
espressione
sia
passata
in
proverbio
.
[7]
La
traduzione
alla
quale
si
riferisce
il
lettore
sostituisce
però
il
termine
“
fiaccola
”
a
“
lucerna
”
o
“
lampada
”
;
il
senso
è
il
medesimo
,
ma
il
sapore
è
dannunziano
.
[8]
Gabriele
D'
Annunzio
,
infatti
,
scrisse
una
tragedia
intitolata
La
fiaccola
sotto
il
moggio
,
ambientata
nel
suo
Abruzzo
,
usando
il
detto
di
Cristo
in
una
chiave
,
in
questo
caso
,
poco
evangelica
,
per
indicare
la
vendetta
a
lungo
covata
(
ma
non
portata
a
termine
)
di
Gigliola
,
la
protagonista
,
privata
in
extremis
del
piacere
di
punire
l'
assassina
della
propria
madre
.
[9]
Gigliola
,
nel
finale
,
grida
:
«
Spegnete
le
fiaccole
.
.
.
o
uomini
.
Agitare
io
la
mia
nel
mio
pugno
non
potrei
.
Tutto
fu
in
vano
»
,
La
fiaccola
ha
qui
la
funzione
dell’
ascia
di
guerra
dissotterrata
dai
pellirosse
.
[10]
Fine
[11]
Ancora
una
risposta
per
Franco
Zanotti
di
Archi
:
«
Perché
si
dice
che
la
vicenda
ha
avuto
un
lieto
fine
e
non
una
lieta
fine
?
»
.
[12]
Perché
nell'
italiano
moderno
fine
è
maschile
o
femminile
,
ma
non
cambia
di
genere
a
capocchia
,
bensì
assume
una
specializzazione
di
significato
.
[13]
Al
femminile
è
il
punto
conclusivo
di
qualche
cosa
,
sia
in
senso
materiale
che
in
senso
spirituale
:
la
fine
del
percorso
,
della
strada
,
della
vita
.
[14]
La
morte
,
anche
:
«
Che
fine
ha
fatto
,
poveretto
!
»
.
[15]
Al
maschile
significa
piuttosto
lo
scopo
,
l'
obiettivo
di
qualche
cosa
:
«
Il
loro
fine
era
buono
»
.
[16]
Significa
ancora
il
risultato
,
l'
esito
,
come
nella
clausola
«
Salvo
buon
fine
»
(
maschile
)
che
si
usa
per
gli
assegni
incassati
tramite
banca
.
[17]
La
frase
citata
dal
lettore
si
riferisce
all'
uso
letterario
,
nel
significato
di
“
esito
"
,
“
conclusione
”
di
una
storia
,
di
un
intreccio
,
di
un
dramma
.
In
questo
senso
è
maschile
.
Quanto
ho
detto
vale
per
la
lingua
moderna
:
nell'
italiano
antico
le
cose
stavano
diversamente
,
e
vi
era
una
maggior
presenza
del
maschile
,
in
coerenza
con
l'
uso
migliore
del
latino
.
Questa
tendenza
è
evidentissima
in
Dante
:
«
Allor
sarai
al
fin
(
maschile
)
d'
esto
sentiero
»
(
Purg
.
IV
,
94
)
.
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