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La grafia di Aquario, inteso come segno zodiacale, stupisce Franco Zanotti di Archi (Reggio Calabria), che fa un confronto con acqua e derivati. «Perché dunque Aquario si scrive così?», chiede. La grafia della parola latina aqua(m) è senza -c-. Presto, però, la pronuncia di aqua(m) si modificò. Non solo non si sentì più la consonante finale (per questo l’ho scritta fra parentesi), ma inoltre si rafforzò la consonante mediana. Il rafforzamento era in atto nel III sec. dopo Cristo, quando già si registra la grafia acqua (ma condannata dai maestri di scuola: così nell’Appendix Probi, che raccomanda: «Aqua non acqua»).
Anche una volta nata la lingua italiana si ebbero dei dubbi sul modo di rendere il suono rafforzato che noi indichiamo con -cqu-. Petrarca, ad esempio, scrisse inizialmente giaqque, prima di passare a giacque. Le convenzioni grafiche, infatti, rappresentano semplicemente la stabilizzazione di un uso oppure una convenzione. Quanto alla parola Acquario, indicante il segno astrologico, essa appartiene a un ambito di cultura elevata, perché l’astrologia era tenuta in stima di scienza nel Medioevo e nel Rinascimento; l’Aquario (segno zodiacale) si poté dunque sottrarre all’evoluzione grafica che investiva il fratellino minore acquario (nel senso di vasca dei pesci). Acquario si può definire perciò un latinismo.
Il padre dell’italiano
«Sandro Ciotti quando presenta in televisione La Domenica sportiva incomincia sempre il discorso dicendo: “Amici miei e non de la ventura, benvenuti a questa puntata…”. Saprebbe dirmi l’origine e il significato di questa frase?». Così R. Pastore da Biella (Velletri). Ciotti, da quel colto commentatore che è, cita Dante, Inferno, canto II, v. 61. In questa passo della Commedia Virgilio riferisce le parole di Beatrice, la quale vuole salvare Dante dalla selva oscura. Per convincere Virgilio, Beatrice fa notare che Dante è amico suo, ma non de la ventura, cioè è amico fede e disinteressato, ma non sempre favorito dalla sorte.
Questa è l’interpretazione possibile di un passo dantesco che, per altro, non è di immediata e univoca lettura: questo è anche, credo, il significato al quale può far legittimamente riferimento Sandro Ciotti; citando Dante, intenderebbe quindi rivolgere un complimento ai propri ascoltatori, i quali dovrebbero esserne lusingati. L’abitudine di citare Dante è molto diffusa in Italia, in considerazione della notevole conoscenza del poeta da parte di colore che hanno frequentato le scuole superiori. Anche tra il popolo, tuttavia, c’erano in passato individui che conoscevano passi della Commedia a memoria.
Di fatto, molte espressioni dantesche sono entrate nella lingua comune, quasi segnali di intesa fra parlanti colti. Penso al natio loco, alla compagnia malvagia e scempio, al libro galeotto, alla volgare schiera¸ a far tremare le vene e i polsi ecc. il debito che la nostra lingua ha nei confronti di Dante è enorme: egli è il vero padre dell’italiano. È bello, quindi, che si adoperino queste citazioni. A proposito: qualcuno sarebbe in grado di scrivere raccontando qualche caso esemplare di conoscenza di Dante da parte di gente senza studi?
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