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Aquario

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 11 aprile 1990


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La grafia di Aquario, inteso come segno zodiacale, stupisce Franco Zanotti di Archi (Reggio Calabria), che fa un confronto con acqua e derivati.
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«Perché dunque Aquario si scrive così?», chiede.
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La grafia della parola latina aqua(m) è senza -c-.
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Presto, però, la pronuncia di aqua(m) si modificò.
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Non solo non si sentì più la consonante finale (per questo l’ho scritta fra parentesi), ma inoltre si rafforzò la consonante mediana.
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Il rafforzamento era in atto nel III sec. dopo Cristo, quando già si registra la grafia acqua (ma condannata dai maestri di scuola: così nell’Appendix Probi, che raccomanda: «Aqua non acqua»).
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Anche una volta nata la lingua italiana si ebbero dei dubbi sul modo di rendere il suono rafforzato che noi indichiamo con -cqu-.
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Petrarca, ad esempio, scrisse inizialmente giaqque, prima di passare a giacque.
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Le convenzioni grafiche, infatti, rappresentano semplicemente la stabilizzazione di un uso oppure una convenzione.
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Quanto alla parola Acquario, indicante il segno astrologico, essa appartiene a un ambito di cultura elevata, perché l’astrologia era tenuta in stima di scienza nel Medioevo e nel Rinascimento; l’Aquario (segno zodiacale) si poté dunque sottrarre all’evoluzione grafica che investiva il fratellino minore acquario (nel senso di vasca dei pesci).
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Acquario si può definire perciò un latinismo.
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Il padre dell’italiano
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«Sandro Ciotti quando presenta in televisione La Domenica sportiva incomincia sempre il discorso dicendo: Amici miei e non de la ventura, benvenuti a questa puntata. Saprebbe dirmi l’origine e il significato di questa frase?».
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Così R.
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Pastore da Biella (Velletri).
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Ciotti, da quel colto commentatore che è, cita Dante, Inferno, canto II, v.
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61.
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In questa passo della Commedia Virgilio riferisce le parole di Beatrice, la quale vuole salvare Dante dalla selva oscura.
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Per convincere Virgilio, Beatrice fa notare che Dante è amico suo, ma non de la ventura, cioè è amico fede e disinteressato, ma non sempre favorito dalla sorte.
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Questa è l’interpretazione possibile di un passo dantesco che, per altro, non è di immediata e univoca lettura: questo è anche, credo, il significato al quale può far legittimamente riferimento Sandro Ciotti; citando Dante, intenderebbe quindi rivolgere un complimento ai propri ascoltatori, i quali dovrebbero esserne lusingati.
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L’abitudine di citare Dante è molto diffusa in Italia, in considerazione della notevole conoscenza del poeta da parte di colore che hanno frequentato le scuole superiori.
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Anche tra il popolo, tuttavia, c’erano in passato individui che conoscevano passi della Commedia a memoria.
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Di fatto, molte espressioni dantesche sono entrate nella lingua comune, quasi segnali di intesa fra parlanti colti.
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Penso al natio loco, alla compagnia malvagia e scempio, al libro galeotto, alla volgare schiera¸ a far tremare le vene e i polsi ecc. il debito che la nostra lingua ha nei confronti di Dante è enorme: egli è il vero padre dell’italiano.
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È bello, quindi, che si adoperino queste citazioni.
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A proposito: qualcuno sarebbe in grado di scrivere raccontando qualche caso esemplare di conoscenza di Dante da parte di gente senza studi?

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