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Vaghezza

Language columnParlare e Scrivere
AuthorClaudio Marazzini
Date 7 febbraio 1990
NewspaperFamiglia Cristiana
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page171
Column3-4


[1]
A volte s'incontra la parola vago, si tenta di afferrarne il senso preciso nel contesto ma si resta nel vago: il significato esatto è spesso inafferrabile nelle sue sfumature, e in chi legge rimane una vaga perplessità; è l'osservazione su cui la lettrice Patrizia G. di Varese chiede la mia opinione.
[2]
In realtà il latino vagus (di origine vaga) che significa vagante, errante, ma anche incerto, incostante, indeciso e indeterminato ci ha regalato l'italiano vago che oltre a incerto, indeterminato, impreciso vale anche mobile, instabile, nonché attraente, adorno, leggiadro" a cui possiamo aggiungere desideroso; senza contare che il vago, sostantivo maschile, è l'innamorato: una ragazza oggi ha il ragazzo, la sua antenata aveva il vago. E lasciamo ai medici il nervo vago con i suoi problemi. Così quando il Leopardi si rivolge alle «vaghe stelle dell'Orsa» le configura di una bellezza intima e discreta; ma quando il Sacchetti incontra le «vaghe montanine pasturelle» e chiede: «Donde venite leggiadre e belle?» nasce il dubbio: vaghe perché graziose o perché vaganti col gregge? Il «donde venite?» lo farebbe pensare, visto che il poeta già le ammira come «legiadre e belle»; d'accordo, meglio abbondare con i complimenti, ma anche in poesia? Lasciamo dunque le pastorelle, vago ricordo di tempi più vaghi, e procediamo: da vago vaghezza, bellezza non vistosa ma attraente fino all’intimo; però anche ornamento, abbellimento e ahimè scarsa determinazione e precisione, incertezza; valeva in passato altresì piacere, diletto oltre che predilezione, desiderio: in quest'ultimo significato oggi è solo scherzoso: «Mi punge vaghezza di farmi una pizza»; ma un tempo era una cosa seria: «di natura è frutto/ogni vostra vaghezza» dice ancora il Leopardi; certo gli animali obbediscono solo alla natura, all'istinto, non devono scegliere, decidere e non conoscono pentimenti; per l'uomo invece quasi tutto è scelta e spesso rimpianto; segnalo perciò ai curatori del Devoto-Oli un piccolo errore nella citazione leopardiana; compare nel dizionario una nostra vaghezza che è proprio il contrario del succo sopraindicato; ma a quanto pare il nostro desiderio umano di scaricare sulla natura la responsabilità di ciò che facciamo è diffuso: anche nella nota esplicativa di un'edizione dei Canti: trovo «Ogni nostra predilezione ci viene dalla natura»; cari amici, non è così, a parte il fatto che a volte l'uomo ha vaghezze tutt'altro che naturali. Da vagus il latino fece vagari da cui vagare che ci conduce qua e con le gambe ma anche col pensiero, con la fantasia, al punto che il verbo una volta valeva anche divagare. Per non essere da meno del latino l'italiano prende vago e fabbrica vagheggiare, contemplare con ammirazione e anche desiderare da cui poi ecco il vagheggino, "fatuo corteggiatore. Capisco che a questo punto sarete vagamente stufi.
[3]
Rash
[4]
«Che è questo rash che leggo nella scheda allegata alla scatola di pastiglie appioppatami dal medico? Dice che possono causare un rash. Che cosa rischio?».
[5]
M.
[6]
Venturi, Bologna.
[7]
Rischia un'eruzione cutanea.
[8]
Speriamo che il vocabolo resti nella forma inglese in cui ci è arrivato: se cominciasse a italianizzarsi vorrebbe dire che l'eruzione cutanea dilaga; con la pelle devastata, parleremmo di rascio o di rescio, ripenseremmo alle parole di sbalorditiva acutezza che il Machiavelli scriveva: una vera lingua patria «convertisce i vocaboli ch'ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch'ella reca da altri, lo tira a in modo che par suo».
[9]
Perfetto, ma la pelle è rovinata.

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