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A volte s'incontra la parola vago, si tenta di afferrarne il senso preciso nel contesto ma si resta nel vago: il significato esatto è spesso inafferrabile nelle sue sfumature, e in chi legge rimane una vaga perplessità; è l'osservazione su cui la lettrice Patrizia G. di Varese chiede la mia opinione. In realtà il latino vagus (di origine vaga) che significa “vagante, errante”, ma anche “incerto, incostante, indeciso” e “indeterminato” ci ha regalato l'italiano vago che oltre a “incerto, indeterminato, impreciso” vale anche “mobile, instabile”, nonché “attraente, adorno, leggiadro" a cui possiamo aggiungere “desideroso”; senza contare che il vago, sostantivo maschile, è l'innamorato: una ragazza oggi ha il ragazzo, la sua antenata aveva il vago. E lasciamo ai medici il nervo vago con i suoi problemi. Così quando il Leopardi si rivolge alle «vaghe stelle dell'Orsa» le configura di una bellezza intima e discreta; ma quando il Sacchetti incontra le «vaghe montanine pasturelle» e chiede: «Donde venite sì leggiadre e belle?» nasce il dubbio: vaghe perché graziose o perché vaganti col gregge? Il «donde venite?» lo farebbe pensare, visto che il poeta già le ammira come «legiadre e belle»; d'accordo, meglio abbondare con i complimenti, ma anche in poesia? Lasciamo dunque le pastorelle, vago ricordo di tempi più vaghi, e procediamo: da vago vaghezza, bellezza non vistosa ma attraente fino all’intimo; però anche “ornamento, abbellimento” e ahimè “scarsa determinazione e precisione, incertezza”; valeva in passato altresì “piacere, diletto” oltre che “predilezione”, “desiderio”: in quest'ultimo significato oggi è solo scherzoso: «Mi punge vaghezza di farmi una pizza»; ma un tempo era una cosa seria: «di natura è frutto/ogni vostra vaghezza» dice ancora il Leopardi; certo gli animali obbediscono solo alla natura, all'istinto, non devono scegliere, decidere e non conoscono pentimenti; per l'uomo invece quasi tutto è scelta e spesso rimpianto; segnalo perciò ai curatori del Devoto-Oli un piccolo errore nella citazione leopardiana; compare nel dizionario una “nostra vaghezza” che è proprio il contrario del succo sopraindicato; ma a quanto pare il nostro desiderio umano di scaricare sulla natura la responsabilità di ciò che facciamo è diffuso: anche nella nota esplicativa di un'edizione dei Canti: trovo «Ogni nostra predilezione ci viene dalla natura»; cari amici, non è così, a parte il fatto che a volte l'uomo ha vaghezze tutt'altro che naturali. Da vagus il latino fece vagari da cui vagare che ci conduce qua e là con le gambe ma anche col pensiero, con la fantasia, al punto che il verbo una volta valeva anche “divagare”. Per non essere da meno del latino l'italiano prende vago e fabbrica vagheggiare, “contemplare con ammirazione” e anche “desiderare” da cui poi ecco il vagheggino, "fatuo corteggiatore”. Capisco che a questo punto sarete vagamente stufi.
Rash
«Che è questo rash che leggo nella scheda allegata alla scatola di pastiglie appioppatami dal medico? Dice che possono causare un rash. Che cosa rischio?». M. Venturi, Bologna. Rischia un'eruzione cutanea. Speriamo che il vocabolo resti nella forma inglese in cui ci è arrivato: se cominciasse a italianizzarsi vorrebbe dire che l'eruzione cutanea dilaga; con la pelle devastata, parleremmo di rascio o di rescio, ripenseremmo alle parole di sbalorditiva acutezza che il Machiavelli scriveva: una vera lingua patria «convertisce i vocaboli ch'ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch'ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo». Perfetto, ma la pelle è rovinata.
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