Sentence view

Quel linguista senza pregiudizi

Language columnIl paroliere
AuthorTullio De Mauro
Date 30 aprile 1989


[1]
Il 19 e il 20 aprile personalità della cultura e Studiosi ricordano a Bologna la figura e l’opera di Luigi Hellmann.
[2]
L’introduzione ai lavori è di Ezio Raimondi, che a Heilmann è stato accanto nel cooperare con gli altri amici del Mulino a costruire e far camminare sicura quella straordinaria casa editrice collettiva autogestita che è appunto il Mulino.
[3]
Linguisti e logici italiani (Rosiello, Vineis, Pasquinelli, Sandri, Coco) e stranieri (van Dijk, Petofi, Plangg, Nickel) analizzano il contributo di Heilmann nei molti campi in cui si è mosso con scritti e interventi che hanno fatto epoca: Io Studio delle concordanze tra lingue semitiche e indoeuropee, l’indianistica, lo Studio delle parlate ladine, l’analisi fonologica, il metodo e la filosofia dell’analisi strutturale, Pequilibrata valutazione critica delle correnti ideali della linguistica del secondo Novecento.
[4]
Heilmann ha avuto un ruolo decisivo, con i suoi scritti e con l’opera di paziente tessitore, nel far cadere la pregiudiziale antifilosofica e antiteorica di cui in Italia (ma anche in Francia, Germania, Usa) soffriva la linguistica.
[5]
Il senso stesso della complessità sia della realtà linguistica sia delle operazioni di descrizione, analisi e intendimento di quella realtà da parte dei linguisti, lo portava a farsi epistemologo, filosofo.
[6]
E, insieme, ciò lo portava a quella attenzione per gli interventi educativi in materia linguistica la cui analisi e continuazione toccano a Enrico Arcaini.
[7]
Una sua creatura, per noi tutti preziosa, è la Società di Linguistica Italiana.
[8]
IPSEDIXIT
[9]
Quando il chimico Fleischmann è andato a Ginevra al Cern per illustrare le sue ipotesi sulla fusione nueleare via palladio, lo ha presentato Carlo Rubbia cui è sfuggita una gaffe memorabile appunto nel fare il discorsetto di presentazione: «Fleischmann non è uno scienziato, è un chimico».
[10]
Rubbia, evidentemente, voleva dire «non è un fisico».
[11]
Il lapsus è palese.
[12]
Ma anche a non aver letto Freud è chiaro che questa voce dal sen fuggita poggia su un reticolo di convinzioni profonde più vere e salde delle esplicite.
[13]
Ogni epoca ha la sua scienza guida.
[14]
Nel Settecento europeo fu la chimica.
[15]
Oggi, un po’ ammaccata negli Ultimi anni, è certo la fisica.
[16]
Anni fa Vincenzo Cappelletti vaticinava vicino il turno della biologia.
[17]
Ogni scienza ha le sue presunzioni.
[18]
Ai linguisti piace menar vanto delle (poche e fragili) certezze filologiche e analitico-formali.
[19]
Ai fisici teorici piace credere che solo loro fanno davvero scienza.
[20]
Gli altri (a cominciare dai cari colleghi sperimentali) sono solo «collezioni- sti di francobolli».
[21]
In verità, sembrano di molto preferibili (almeno a me) quei fisici che, come il nostro Toraldo di Francia, sottolineano nella fisica l’enorme capacità di definire condizioni e limiti di validità delle teorie elaborate.
[22]
Una scienza eccelle non smerciando certezze ma circostanziando dubbi.
[23]
VOCABOLARIO
[24]
Etnopoetica.
[25]
La rivalutazione delle tradizioni narrative e poetichee orali di popolazioni indigene del Pacifico e delle Americhe, avviata negli Usa dal primo Novecento, matura negli anni Sessanta e dall’antropologia passa nella stessa letteratura creativa.
[26]
Nel 1970 appare il primo numero di una rivista Alcherin- ga/Ethnopoetics che da voce a quello che è ormai un vero movimento.
[27]
Con etnopoetica ci si riferisce in generale a una letteratura che si rifaccia a tradizioni orali.
[28]
Così si intitola un libro di Fedora Giordano appena pubblicato da Bulzoni (Roma).
[29]
USIEABUSI
[30]
Onomafobia.
[31]
La "Bibliophobia, fu pubblicata anonima nel 1832 a Londra. Roberto Palazzi, bibliofilo è bibliologo romano, introducendone la preziosa traduzione (Pierre Marteau Editore, Roma 1989), ci dice che autore fu il papà di Disraeli, Isaac D’Israeli. Che, dice Palazzi, soffriva di onomafobia. Una parola macedonia come onomanzia non toglie che nei composti di norma si debba adoperare onomato-, non onoma-: meglio diremmo dunque onomatofobia.
[32]
Molti limiti e tanto analfabetismo
[33]
Il 18 aprile l’Istituto per le relazioni pubbliche ha organizzato a Roma, con la Ferpi (Federazione delle relazioni pubbliche italiane) e altri enti e imprese (Enel, Esso, Iri), un incontro di Studio sulla comunicazione in Italia tra il 1945 e il 1960.
[34]
Si comunicava, e come e a chi, nell’Italia del 1945-60?
[35]
, evidentemente.
[36]
Ma con limiti d’ogni tipo che già erano stati additati nei lavori preparatori del convegno.
[37]
Fece scandalo, nel 1959, uno scritto di Enzo Forcella intitolato: 1500 lettori: confessioni di un giornalista politico.
[38]
Eppure quella era la reale situazione, e non solo per responsabilita dei notisti.
[39]
Si sfoglino gli annuarii statistici (libri piu sconosciuti dei Vangeli tra noi): gli adulti con più che licenza media erano due milioni, 13 milioni avevano solo la licenza elementare, 25 milioni (il 60 per cento) non aveva nessun tilo- lo scolastico.
[40]
Forse Forcella era ottimista.
[41]
Non solo oggi sono migliori le tecniche, ma è certo cresciuta la capacità collettiva di orientarsi nella comunicazione.
[42]
AGENDA
[43]
Da Roma il professor Gozzer scrive per notizie e dubbi su vari punti.
[44]
Un buon dizionario etimologico latino, ma anche uno italiano, come il Cortellazzo-Zolli della Zanichelli, aiuta a vedere che testa coccio, guscio e, poi, capo, non ha a che fare con testis il terzo, il testimone e testamentum attestazione, ne questi con textus tessuto, trama, testo.
[45]
Quanto al doppio significato di testis, testimone e testicolo, esisteva già in greco, e allude alla funzione sia di testimoni poco operosi sia di manifesta prova di virilità.
[46]
Il Congresso della Società di Linguistica Italiana del 1990 si svolgerà a Milano e avrà per tema i rapporti tra stilistica e linguistica pragmatica.

Text viewParagraph view